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Interstellar ovvero de “l’amor che move il sole e l’altre stelle”

Una delle poche cose recuperate dal vecchio blog.

Curiosa parabola quella di Christopher Nolan. Accusato di fare films criptici, difficili da capire ad una prima visione, il nostro ha disseminato la sua ultima fatica, Interstellar, di abbondanti discorsi sulla morte.

Il primo è, certamente, l’eclatante ripetersi delle strofe di Dylan Thomas sul come “non andarsene in quella buona notte”.

Ma c’è ancora dell’altro, tanto.

La dott.ssa Brand -una perfetta Anne Hathaway- approccia lo scettico Coop -il protagonista, interpretato da Mattew McConaghy- con un alto elogio dell’amore che supera il distacco fra vivi e morti. Lo stesso Coop, prima e durante la sua lotta corpo a corpo con il dott. Mann (un inquietante Matt Damon), si vede spiegato dal primo il senso del sacrificio di un individuo per l’intera specie e varie teorie su cosa vede una persona poco prima di morire.

“Missione Lazzaro” è il nome dato alle spedizioni che approcciano i tre pianeti di un’altra galassia che i nostri eroi visitano durante il film. Alla presenza in camera di Murph, la figlia piccola del protagonista, è dato l’esplicito epiteto di “fantasma”.

Il fluire delle straordinarie partiture di uno Hans Zimmer tutto nuovo, mai sentito, è contrassegnato da un uso diffuso dell’organo: come nelle funzioni religiose, specie quelle esequiali. Ed il titolo del brano che fa da sfondo alla più epica sequenza del film è “Detach”, “distacco”, ripetutoci due volte nella stessa scena in un incastro perfetto fra momento tecnico del volo spaziale e il momento antropologico del lasciare tutto ciò che rappresentava -anche nello spazio profondo- il vivere: l’ultima relazione rimasta con l’ultimo essere umano rimasto.

Eppure, tutto il pubblico recensire del film non ha fatto neanche un accenno al tema della morte.

Certo: sarà perchè Nolan, da bravo Nolan, imbastisce il consueto e stratosferico apparecchio visivo, sia pur partendo da un prologo volutamente dimesso, stanco, sfibrato (come il pianeta e l’umanità da anni in balia della “Piaga” che sta uccidendo il cibo sulla terra). Ma è stato, certo, perchè della morte è davvero difficile parlare, anche quando te la spiattellano quasi in faccia.

Il tutto è doppiamente singolare se si pensa che questo Interstellar -oltre al classico “2001: Odissea nello spazio” di Kubrick- è stato spesso raffrontato a “Gravity” del premio Oscar Alfonso Cuaron: un film, anch’esso, sulla morte e il distacco che, però, ci porta con i piedi sulla Terra solo per poterla dimenticare, la morte, per farsene -infine- una ragione.

Chris Nolan no: per lui il viaggio “circolare” di Coop è un immergersi, viceversa, nella realtà fino al punto da andarla a toccare nel profondo. Ed è un viaggio nella morte, nei suoi significati, che non può non declinarsi nel rapporto fra eternità e tempo.

Camuffata, infatti, nei paradossi temporali della relatività, nella singolarità del wormhole e del buco nero, nell’accelerazione improvvisa e drammatica delle lancette dell’orologio sul pianeta di Miller (interamente ricoperto da quel mare che simboleggia esso stesso la morte), la chiave del film sta nel rapporto fra aldiqua ed aldilà, fra il rimanere della figlia Murph e il partire del padre Coop. Nel paradosso del rapporto spazio-tempo (ma, potremmo anche dire, fra tempo e ciò che fuori dal tempo), Coop finisce con il restare sempre assieme a Murph.

E Nolan tratteggia questo scenario, all’inizio ed alla fine del film: all’inizio, Coop è il fantasma che sta dietro agli strani eventi ai quale assiste la piccola Murph e, in un paio di occasioni, lui stesso: libri che cadono, polveri raggranellate a formare un messaggio intellegibile in codice Morse. Alla fine, Coop, è immerso nella scena del tesseratto in cui il tempo è una dimensione tangibile come tutte le altre, può collocarsi davanti a ciascun momento della sua esistenza e dell’esistenza delle persone che ama (prima fra tutte, proprio Murph) per comunicare con loro.

E, ingenua ma geniale metafora dell’amore che supera il tempo e la barriera della finitezza, il modo per comunicare è la gravità, la forza che attrae i corpi gli uni verso gli altri.

“Capire come funziona” la gravità per salvare l’umanità: è la scommessa -perduta dalla sola ragione nella disperazione che si fa menzogna, prima di tutti verso sé stessi- del prof. Brand. Ma è la scommessa, vinta, dalla giovane professoressa Murphy Cooper, con un atto di fede nel “fantasma”, nel suo papà: che è tornato (o, molto più plausibilmente, è sempre stato lì in un eterno ritorno) per aiutarla, usando la stessa gravità.

“Capire come funziona” l’amore, fuori dalla metafora: sembrerebbe anche comportare, per Nolan, un atto di fede in ciò che non vediamo con i sensi, ma possiamo “sentire” solo con l’amore.

La gravità è un fine per l’umanità che deve lasciare tutta insieme una Terra irrimediabilmente compromessa per trovare la salvezza, ma la gravità è un mezzo. L’amore è il fine, ma anche il mezzo: ricorda, forse, qualcosa.

Vorrei chiuderla qui non senza aver aggiunto però tre ultimi spunti.

Il primo è Gargantua: il nome dato al buco nero “gentile”, preso dal personaggio di Rabelais per il quale i libri di un’educazione medioevale (scolastica) sono anche i maestri di vita. Dentro il mistero di quel buco nero, Coop viene catapultato in un infinito tesseratto la cui trama è la… libreria di casa sua, il suo sapere.

Il secondo, l’azzardo nolaniano: è quell’accenno -sfuggente ad ogni domanda- a quei “Loro”. Quelli che hanno collocato il wormhole vicino a Saturno. Quelli che hanno intrecciato il tesseratto. Quelli che hanno dettato a T.A.R.S. la “formula della gravità” che successivamente, Coop trasmette a Murph avvalendosi del ritmo sincopato e sempre ritornante delle lancette dell’orologio che il padre ha lasciato alla figlia.

“Chi sono ‘Loro’?“ chiede Coop al prof. Brand, senza risposta. “’Loro siamo i noi del futuro!” esclama Coop nel tesseratto. Sbagliando, forse. Perchè questi “Loro” trascendono la stessa “dimensione” dell’eternità in cui Coop si trova immerso dentro al buco nero. Ancora non li vede, non sembra “pronto”.

Non sono i noi del futuro: T.A.R.S., il robot a forma di monolite (di vera a propria lapide) che accompagna la spedizione nel viaggio interstellare, riceve da quei loro la chiave per risolvere la formula della gravità, per maneggiarne i segreti. Ma T.A.R.S. non li vede, né li fa vedere a Coop pur comunicando con essi.

E Coop riceve il messaggio da ‘Loro’ tramite T.A.R.S. : né più e né meno come li riceveva dai suoi figli mentre si trovava nello spazio profondo, ma senza vederli.

Infine, un accenno al finale: tutto lascia pensare che Coop e la figlia Murph (divenuta anziana) si rivedano in ospedale nell’esatto momento in cui lei muore. La figlia vede il padre nell’aldiqua o nell’aldilà?

Ovviamente, Nolan -more solito- non ce lo dice apertamente: ma i parenti che sono nella stanza di ospedale spariscono proprio nel momento in cui Coop si avvicina a Murph ed essi rimangono soli.

L’appuntamento fra due, che potrebbe essere immediato, viene “procrastinato” di quindici giorni senza un motivo davvero plausibile. Il luogo dove avviene -la stazione orbitante attorno a Saturno, tanto immensa da contenere una miniatura della Terra- è quasi onirico.

E, infine, Coop viene spedito dalla figlia morente a compiere l’ultima missione: “riprendere” la dottoressa Brand, rimasta da sola sul pianeta di Edmunds.

Chissà se, in fondo, è proprio questo lo step finale di questo “purgatorio” di Coop: l’ultimo recupero prima di poter incontrare coloro che, col sole, “muovono le altre stelle”.

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L’ultima yarda (Prima parte)

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Ho sempre provato una misteriosa attrazione per il football americano che, da qualche anno, è diventato il mio sport preferito.

Contrariamente al baseball -le cui regole sono difficili ed è da sempre considerato uno sport zeppo di simbolismi di natura massonica- il football è, in fondo, molto semplice: va raggiunta una meta con una palla in mano e non è consentito che un passaggio in avanti per arrivarci.

Riflettendo un po’ su tutto (lo confesso, è il mio più grave difetto) mi è capitato di farlo anche su questo sport. E sono arrivato ad una conclusione: è una metafora molto completa della vita, di come essa si svolge, e dei ruoli che -nell’esistenza- possono giocare tanti fattori.

La vita è fatta di tentativi

Anzitutto: il gioco d’attacco è scandito da quattro ‘downs’. In realtà, se ne usano solo tre per guadagnare le 10 yards che ti servono per avere diritto ad altri quattro tentativi, ma il quarto è usato per passare dall’attacco alla difesa, spostando l’avversario il più lontano possibile dalla propria linea di meta con un calcio.

I tentativi, quindi, sono tre (il quarto può essere usato in casi disperati ovvero per gusto del rischio): e, nell’esistenza, spesso avviene questo, che non ti basti un solo tentativo per realizzare un obiettivo o, semplicemente, per mettere su un piccolo mattone su cui costruirlo.

La vita va costruita piano piano, scandita da passaggi precisi.

Nel football, questo implica un gioco paziente di corse con la palla in mano, in cui il running back cerca un varco nella linea difensiva della squadra avversaria, spesso cocciando duro contro di essa, senza guadagnare nulla.

A volte, le 10 yards si costruiscono così: tre o quattro alla volta, con ognuno dei tre tentativi.

Nella vita si può e si deve rischiare

Ma, ed è il lato spettacolare, il gioco è libero di svilupparsi, di affidarsi a quella sola possibilità, per ogni tentativo, di lanciare la palla avanti verso i ricevitori.

Mettere l’ovale per aria significa rischiare, perchè non lo tieni saldo in mano e lo puoi sempre vedere intercettato dagli avversari.

Ma dal rischio nascono i grandi guadagni (si chiamano così!) di yards, i giochi che spezzano una partita.

Ma una delle azioni più belle di questo sport combina insieme la fatica delle piccole corse, degli schianti contro la linea di difesa, con i grandi lanci: si chiamano play actions.

E si costruiscono così: più una squadra sa correre, costruire pazientemente, yard dopo yard il proprio cammino (drive) verso la meta, più l’avversario diventa impreparato verso la sopresa del lancio in avanti. E allora il quarterback (l’uomo a cui sono affidati i lanci in avanti), in questi casi, finta di dare al palla al running back, il quale a sua volta finta di correrla tenendola fra le braccia; in realtà il lanciatore la mantiene e, subito dopo, spara in avanti.

Tutta la difesa attende il corridore concentrata sulla linea fra attacco e difesa (la linea di scrimmage), ma l’ovale parte in avanti dove le coperture si trovano decimate e dove capita così più facilmente di trovare l’uomo libero.

Il gioco però, come detto, riesce solo se hai saputo consolidare, rendere credibile un serio gioco di corsa: i grandi guadagni si costruicono spesso, insomma, con i piccoli gruzzoli e con la credibilità che ti sei costruito a poco a poco.

Così rischiare conviene…

Ma rischiare è, a volte, un dovere…

Come tutte le buone metafore, questa è completa: quando sei con le spalle al muro e devi recuperare, e non hai più tempo (il tempo, altro aspetto intrigante del gioco, è fondamentale), sei costretto a lanciare sempre per ‘mangiarti’ il campo ed arrivare in meta nel minor tempo possibile.

Nella vita, capita proprio così: ci sono tempi in cui conservare non serve, e bisogna correre contro il tempo e contro le avversità, senza troppi calcoli…

Ma, spesso, rischiare … aiuta anche a ‘conservare’: nel gioco, chi sa correre bene, talvolta prova a lanciare lunghissimo così, all’improvviso.

Questo serve sempre: se il lancio va a buon fine, si guadagnano tante yards. Ma se non va a buon fine (è incompleto), va bene lo stesso: sarà infatti servito a tenere ‘onesta’ la difesa avversaria.

In pratica, cioè, gli avversari saranno costretti a non concentrarsi troppo sul tuo gioco di corsa, mantenendo uomini sulla linea, ma -temendo i lanci- dovranno spostarne qualcuno dietro. E così il tuo gioco di piccoli guiadagni troverà giovamento da un rischio ben calcolato.

Per oggi potrà bastare: ma la metafora-football è molto più ricca di messaggi e significati; ci vorrà qualche altro passaggio per scoprirli.

 

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Una croce senza un braccio

Terremoto Accumoli

Questa è un’ipotetica lettera scritta ad un ipotetico pastore da un ipotetico fedele ‘cattolico convenzionale’….

Caro Pastore,

vorrei anzitutto ringraziarti poichè, volendoti ‘fare vicino’, sei venuto a visitare la nostra comunità; peccato che, probabilmente, non avrai potuto sentire il nostro vero odore, l’odore delle pecore a te affidate di questo lembo di terra, perchè -per accoglierti degnamente- ci siam vestiti a festa e, appunto, profumati.

E’, sai, per quell’interpretazione -che presto sarà rigettata- del brano in cui la peccatrice ha versato un costoso profumo sui piedi di Gesù (quella per cui ‘i poveri li avrete sempre con voi’, ecc.) e per quell’altro brano di Vangelo in cui ci dici che dallo Sposo bisogna andare vestiti bene, vestiti dell’abito della festa.

Sai, non siamo aggiornati (ecco perchè abbiamo te): un giorno scopriremo che questi passaggi evangelici sono frutto di interpolazioni, divinizzazioni abusive della figura umana di Gesù, operate dalle comunità successive, aggiunte medioevali e chissà di quali altre stronzate che hanno, però, tradito il messaggio originario. Ma, per ora, siamo stati ‘insegnati’ così e, quindi, ci siamo puliti, profumati ed agghindati per accoglierti, pensando tu rappresentassi -in quella sede liturgica-  quel Cristo che non rifiutò certi doni.

Ma non importa: non è questo il punto.

Il punto è quello che hai detto oggi nel tuo discorso a tutti noi.

Forse innervosito dal fatto che alcuni, pensando di farti piacere, abbiamo fatto cantare ai bambini una canzone che tu (forse) non ami cantare -men che meno (forse) durante le tue omelie- e che tu (che appunto, forse notoriamente, non le canti in tali contesti) hai definito un ‘abuso liturgico’; ecco, dicevo, forse innervosito da questo ‘abuso’ ci hai voluto andare giù duro con noi (che ce lo meritiamo, è chiaro!).

Un po’ come fa con voi, in pratica, l’oggi regnante Pastore di voi Pastori: vi rampogna spesso e  tanto. E tu, seguendo l’esempio, giustamente rampogni noi. In una gioiosa e misericordiosa cascata di rampogne.

Ma cosa ci hai detto? Su cosa hai invitato me e le altre pecore profumate a riflettere?

Sulla differenza che c’è fra un ‘cattolico convenzionale’ e un vero cristiano.

Confesso che, sulle prime, non riuscivo a seguirti, non capendo cosa davvero volessi dire per ‘cattolico convenzionale’. A quale ‘convenzione’ ti stavi riferendo?

Al ‘cattolico convenzionale’ ben rappresentato dalla classica vecchietta orante rosari e giaculatorie, ovvero a quell’altra tipologia di ‘cattolico convenzionale’, nato dall’esperienza post-conciliare, le cui ‘convenzioni’ sono impregnate dell’impegno pastorale-psico-pedagogico-socio-politico, fatte di condivisione dei ‘valori’ del mondo con il mondo? Insomma, ‘convenzioni’ impregnate di rosari ‘altri’ snocciolanti non invocazioni, ma peana orizzontali; e di giaculatorie -anch’esse ‘altre’- invocanti i nuovi ‘santi perseguitati’, le star della teologia contemporanea?

Non capivo, insomma, ma sei subito stato chiaro: ce l’avevi con chi prega e basta.

Con i ‘cattolici convenzionali’ che non sono cristiani, hai detto; perchè si può essere cattolici senza essere cristiani, hai detto.

Questi discorsi li ho sentiti di recente, non sono nuovi: trent’anni fa, quando fui preso per i capelli da matricola universitaria e spostato dal mio ateismo nichilista e privo di un senso per il vivere, iniziai ad orecchiarli in qualche sacrestia: ‘inutile pregare se non fai del bene!’, dicevano arrabbiati, pure nelle omelie, altri pastori come te.

‘Purtroppo’, nel frattempo, qualcuno ci faceva pure pregare. E, mentre pregavamo, c’impegnavamo per il prossimo; e mentre c’impegnavamo, pregavamo. E diventava dura capire quando pregavamo e quando c’impegnavamo essendo le due cose ormai fuse.

Eravamo ragazzi: potevamo perdere tempo con questa ‘cosa’ della preghiera.

Ma, buttati nel mondo degli adulti, nel lavoro, nella famiglia, nella società, l’impegno è rimasto e la preghiera ha cominciato a scarseggiare: viviamo, forse, ancora ‘di rendita’ per le preghiere di allora.

Saebbe un bene, però, stando a quanto oggi hai gridato dal pulpito, rivolto perentoriamente ai ‘cattolici convenzionali’.

Ci hai, oggi, plasticamente fatto provare cosa significa ‘pregare e basta’: hai iniziato a recitare l’Ave Maria – a mo’ di consueta (o ‘consuetudinaria’) cantilena- e, visto che nessuno ti seguiva, hai invitato noi pecore a ripeterla con te. Ti hanno risposto sopratutto i bambini, ti hanno seguito, cantilenando ‘convenzionalmente’ anche loro, come in un gioco.

Non potevano capire, piccoli come sono, però, cosa volevi ‘insegnarci’, come volevi ‘educarci’ ad andare ‘oltre le convenzioni’.

Ti dev’essere piaciuto, tant’è che poi lo hai rifatto col Padre Nostro: anche lì tu e gli ‘educandi’ avete ‘cantilenato’ la preghiera che Cristo stesso ci ha insegnato. La preghiera che Cristo stesso ci ha insegnato…

Alla fine, hai invitato il tuo popolo a fare l’ultimo sforzo con la preghiera all’angelo custode, forse perchè fosse ‘più chiaro’ il ridicolo di cui ci copriamo ‘pregando’.

Non prima di aver sospirato sarcasticamente che, forse, gli angeli custodi dei terremotati del Centro Italia erano ‘distratti’ quando i loro ‘protetti’ sono morti. Così come -sarcasticamente- te la sei presa con quelli che pregano l’Onnipotente perchè le scosse si fermino.

Dev’essere stato interpolato, ho pensato, o brutalizzato da divinizzazioni abusive di Gesù o da aggiunte medioevali e chissà da quali altre stronzate, anche il Vangelo della risurrezione di Lazzaro: Gesù non deve aver pregato il Padre per farlo tornare in vita, ma deve essersi rivolto alla protezone civile di Betania e, arrivato, lì, deve essere riuscito a riprenderlo dopo qualche massaggio cardiaco e qualche respirazione.

E’ così che è andata, certo: che mai è questa storia delle preghiere che risuscitano i morti (per di più ‘perchè alcuni sì alcuni no’, e ‘Dio era girato dall’altra parte quando è morto Saul di Cafanao’, ecc.).

Io non ho cantilenato le preghiere, io ho capito subito: te l’ho detto, li avevo sentiti da tempo certi discorsi. I discorsi, come il tuo, che contrappongono alla preghiera l’impegno, quasi fossero l’uno l’opposto dell’altro.Quasi che, come hai insinuato (anzi, come hai detto a chiare lettere), la prima fosse roba da ‘cattolici convenzionali’ e il secondo merito cristallino dei ‘veri cristiani’.

I discorsi che hanno reso la Chiesa cattolica, insomma, questo luogo triste, insopportabile, nel quale i paladini dell’impegno, della carità e della ‘misericordia caso per caso’, si impalcano a giudicare quelli che pregano e credono (senza pensare che è l’unica cosa che possono fare per tenere in piedi dignitosamente il loro quotidiano).

A proposito di terremoto: c’è una foto famosa, te la posto qua sopra, che riprende il ‘Crocifisso di Accumoli’.

Lo vedi il povero Cristo penzolante, precario: sta attaccato solo a due bracci verticali della croce. Quello che prima era il braccio orizzontale, staccatosi da quallo verticale, è cascato verso il suolo ed è diventato verticale, è sparita la sua orizzontalità.

Il braccio verticale sta a rappresentare l’anelito dell’uomo verso il divino, la preghiera, diciamo…

Quello orizzontale l’impegno, l’abbraccio del Cristo che ci tocca ad uno ad uno, tutti.

Lo vedi che fine ha fatto, staccatosi, dal braccio verticale, quello orizzontale? Sta per finire per terra. Ma solo Cristo lo tiene attaccato all’altro.

Non ti dice niente? Non mi sorprenderebbe!

Quanto accade non ci ‘dice’ più niente, a me a te, a tutti quelli che eravamo presenti oggi a sentirti. Da tempo.

Eppure una cosa me l’ha detta e ribadita: che senza la preghiera (il braccio verticale), quel che rimane è un pezzo di legno (orizzontale, certo, ma perchè buttato per terra), che non tutti sono tenuti a vedere, e che ognuno può pestare e scalciare.

Un pezzo di legno, insomma, come tutti gli altri.

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Appunti per una (azzardata) teologia del Cavaliere Oscuro #1 ‘Io ho una sola regola’

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Una premessa

Come ho gà scritto, il vecchio blog -peraltro, il secondo Labre- è saltato.

Con questo si sono volatilizzati i miei lunghi articoli sulla c.d. ‘Trilogia del Cavaliere Oscuro’, i tre films che Christopher Nolan ha dedicato a Batman.

Due pezzi che avevano avuto un certo successo, sfiorando la pubblicazione in un giornale.

Naturalmente è impossibile riproporli qui per intero.

Ma, oggi, un’idea: perchè non sezionare l’analisi, dedicando qualche riflessione ad un aspetto dei tre film (scena, personaggio, messaggio, ecc.)?

E così mi sono deciso; oggi iniziamo da quella che molti considerano la scena più famosa dei tre films: quella del cosiddetto interrogatorio di Joker, nella cella del commissariato di Gotham, questa…

 

Le ‘tentazioni’ di Gordon

Come scrissi un tempo, Joker è un’entità difficilmente assimilabile all’umano. Certamente -anche per riprendere  una delle teorie di quei post perduti- la caratterizzazione del clown merita un discorso a parte.

L’inizio della scena lo dimostra: l’oscurità della cella quando entra Gordon -funzionale a ‘nascondere’ Batman- è un’allegoria del confronto fra un semplice uomo e questa entità oscura e malvagia.

Gordon, che entra nel buio in cui l’unica cosa visibile non è Joker, ma la sua maschera, è ‘investito’ subito dal sarcasmo del detenuto (‘buonasera, “commissario”!’), per poi essere sprofondato dal suo misterioso interlocutore in un discorso disperante: il poliziotto non può fidarsi di nessuno, nessuno è suo, con lui, perchè due agenti della sua unità hanno rapito Harvey Dent e Rachel Dawes.

Gordon, partito per interrogare, fa la parte dell’interrogato: da una falsa coscienza, che vorrebbe trascinarlo nel vuoto senso di colpa, della inutilità di ogni sua azione contro il male.

Ma Gordon ‘sa’ che non è solo, dentro quella stanza, con il male che lo tormenta.

Lì con lui c’è il suo amico e, con il sorriso, ‘toglie le manette’ al clown: un gesto insensato, ma che assume subito un significato quando egli esce dalla stanza.

Un gioco di ‘luci’

Subito si accendono le luci della cella.

Vediamo Joker abbagliato.

Ma, a Nolan, evidentemente, non basta per rendere l’idea dello ‘stacco’ fra il primo confronto del criminale con il secondo: così gli fa afferrare la testa da Batman, il quale gliela schianta sul tavolo.

Joker, con la battuta che segue, incassa benissimo: e questo è totalmente ‘sospetto’.

Ma, come si vedrà anche in seguito, coplito ripetutamente da un Batman infuriato, Joker non prova il dolore fisico.

I colpi, quindi, segnano uno stacco netto.

La scena, quindi, s’illumina e inizia il confronto fra i due nemici su un piano che è totalmente diverso: Batman sa che Joker vuole vederlo.

E’ uno dei passaggi più misteriosi di tutta la sceneggiatura: ma assume un senso se si ipotizza che, fra i due, il confronto avviene su un piano che non è quello umano, a parlare sono due ‘simboli’, due ‘concetti’, due ‘entità’ opposte l’una all’altra di cui una -Batman- è almeno parzialmente umana (Bruce Wayne).

E, infatti, il tono della discussione s’eleva all’improvviso.

‘Tu completi me’

Joker ancora non ‘afferra bene’ Batman: quindi, inizia con la sua parte umana, proprio come con Gordon: cerca, cioè, di instillare in lui il senso di colpa per le cinque persone uccise dal clown (Joker aveva minacciato di uccidere una persona ogni giorno fin tanto che Batman non avesse rivelato la sua identità).

Ma non funziona: il Cavaliere Oscuro ‘non dialoga’ su questo con la sua controparte. Va al sodo, e chiede dov’è Dent.

Allora Joker cambia subito registro: e insinua la lusinga, l’adulazione ‘tu hai cambiato tutto’, ‘non si torna indietro’.

Ma, neanche qui, Batman abbocca: lui sa della taglia della mafia e che Joker si è offerto di ucciderlo.

Aprendo una parentesi, c’è una parte del film (quella in cui Bruce, tolta la maschera, stanco e distrutto dalla morte di Rachel, si è buttato sulla poltrona  nel suo attico), in cui l’eroe (o, meglio, la sua parte umana) si arrovella sulle insinuazioni del Joker (‘Io dovevo ispirare il bene e guarda cosa ho fatto!’, dice ad Alfred); questo laddove l’uomo con la maschera addosso, il simbolo, è incorruttibile: non a caso, Alfred, per farlo riprendere gli rimette la maschera in mano dicendogli che Gotham dovrà ‘accontentarsi’ di Batman…

Il simbolo è, quindi, incorruttibile, resiste anche a questa tentazione.

Nel frattempo, il trucco con cui è coperta la faccia del pagliaccio si va sciogliendo, Joker perde la sua, di maschera….

Joker, allora, compreso e riconociuto che questo è il vero confronto ‘fra pari’ (almeno così pensa lui. ‘Tu completi me!’), si svela: la sua è una sfida all’umanità che egli odia e considera inferiore, inaffidabile: ‘Queste persone… la loro moralità è uno stupido scherzo!’.

E dice a Batman che lui sarà rigettato e rifiutato proprio per questa inaffidabilità degli uomini: punta, insomma, a scoraggiarlo nella sua missione.

Alla fine, dice di essere ‘in anticipo sul percorso’: un percorso nichilista, in cui nulla conta, tutto il bene è una finzione, una convenzione falsa, che non resiste alle prove dell’esistenza, ragion per cui lui si è disfatto delle regole, degli imperativi morali (dirà che ‘l’unico modo sensato di vivere è senza regole’).

‘Io ho una sola regola’

Batman lo riporta al tema; e anche qui, Nolan, produce uno stacco nettissimo: da seduti i due si alzano (o, meglio, Batman si alza per afferrare dal bavero Joker).

Joker ha capito che non funziona niente e allora si sfoga: ‘tu hai tutte le tue regole e pensi che ti salveranno!’

Batman risponde secco e fulminante: ‘Io ho una sola regola’ (non uccidere, lo sanno coloro che conoscono la mitologia del Cavaliere Oscuro, lo renderà chiaro dopo Joker palesando il dilemma se salvare Dent o Rachel).

Quello che segue dopo è il dilemma morale di cui parlavamo: non riuscire a salvare una vita significa uccidere?

Certo che no, Batman lo sa: ma è Bruce a fare la scelta di chi salvare, e la sua parte umana è ingannata da Joker, che lo spedisce a prendere Dent invece di Rachel.

Ma non è questo a colpire.

Colpisce che basti ‘avere una sola regola’ e che questa riesca a salvarci.

‘Non uccidere’ invero è la regola delle regole: è il rispetto ultimo della vita, la sua intangibilità, il capire che -così come non ci appartiene la vita altrui, che non possiamo disporne- non ci appartiene la nostra; è questo ciò che ‘forma’ un simbolo potente quanto elementare come Batman.

E’ un confine tracciato, un limite invalicabile. Uno solo: ma se lo rispetti, se ne rispetti il senso profondo, cogliendone tutti i significati, ‘non uccidere’ può diventare il canovaccio di una vita retta e pulita, implicando il rispetto dovuto all’altro, la sua dignità insuperabile vista allo specchio.

‘Io non ti ucciderò’

Alla fine del film, appeso sul vuoto e in trappola: Joker dice a Batman che non lo ucciderà perchè ‘è troppo divertente’.

Lo diverte sfidarlo, certo: ma, alla fine, si sottometterà anche lui, a suo modo, alla regola.

Lui non ucciderà mai Batman, perchè non può farlo.

Joker -nella scena finale del povero Ledger- è in trappola, appeso all’unica corda e trattenuto da Batman: pensa di aver vinto, perchè ha ‘abbassato’ Harvey Dent al livello della sua corruzione, di una corruzione in cui nulla ha un senso.

Ma ha perso lui, Joker: perchè pende sull’abisso senza poterci mai cadere, da una corda tenuta con mano salda dal bene.

 

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limes; dissoluzione; chiesa;

Ponti e argini

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Il sottotitolo del blog, da questa ripresa, ‘Piccoli argini contro la dissoluzione’, è una piccola road map.

Che, certo, potrà prevedere alcune ‘puntate’ fuori dal percorso, ma che intendo seguire abbastanza fedelmente.

La ‘dissoluzione’

L’idea di fondo è la constatazione che è in atto una profonda dissoluzione di ciò che è umano, che si parli della morale, ma anche di ogni altro campo dell’esperienza.

Quando utilizzo la parola ‘dissoluzione’ alludo al suo duplice senso: di progressivo ‘sbracamento’, ‘abbandono’ di ogni regola (come detto, non necessariamente solo morale); ma anche nel senso di ‘dissolvimento’ delle forme -o, meglio, del ricorso alle forme- che ha contrassegnato per millenni e secoli la presenza, il pensiero e l’azione dell’uomo.

Per dare un’idea della prima (la ‘dissoluzione’), mi viene in mente il rapporto genitori-figli, nel quale -da qualche decennio- è in corso un progressivo ‘scioglimento’ dei ruoli con particolare riferimento a quello dell’autorità paterna, per andar dietro alla mistica dell’amicizia-complicità fra gli stessi soggetti della relazione.

Rappresenta, invece, benissimo il secondo (il ‘dissolvimento’) la parabola dell’arte moderna e contemporanea nella perdita progressiva della figura (o, appunto, del senso, sopratutto reale, delle forme), in funzione di una sempre maggiore indistinzione-deformità, in cui siano abolite le regole elementari del disegno, della scultura, dell’architettura, fino alla più potente delle provocazioni ‘dissolutorie’: far cadere la distinzione fra l’autore e l’opera d’arte.

I flutti e i ‘ponti’

Dunque, senza la pretesa di voler insegnare nulla, ma con quella di voler constatare e, scrivendo pubblicamente, denunciare, mi prefiggo di impostare e costruire, sacchetto dopo sacchetto, qualche piccolo ‘argine’.

Il dissolversi di qualcosa, in effetti, implica una tracimazione e un flusso.

E la contemporaneità postmoderna è l’epoca per eccellenza dei flussi, del ‘fluire’.

Sono impetuosamente fluenti le informazioni della civiltà telematica e mediatica, vero paradigma dei tempi che viviamo.

E’ un fluire, ormai sempre più disordinato, il fenomeno delle mode.

E la retorica del ‘progresso’ (e della vita stessa) come ‘fiume che scorre’ inesorabile, di vento rispetto al quale non c’è rimedio alcuno che non sia l’abbandonarsi, lasciandosi andare, sta permeando anche il messaggio ecclesiale.

L’esempio più potente (nella sua banalità) è l’appello all’abbattimento ‘dei muri’ che ci dividerebbero dai ‘lontani’, specie quelli delle ‘periferie esistenziali’.

Andare, andare, andare -insomma- abbattendo i confini, fossero anzitutto quelli delle proprie ‘rigidità’ personali o ‘cardiache’, mettendosi ‘in uscita’, meglio se ‘libera uscita’: questo lo slogan che ci viene sempre di più ripetuto.

E, a complemento, veniamo invitati a costruire ‘ponti’ con quelle stesse pietre diroccate dai muri che dovremmo abbattere.

Ma le ‘immagini’ -e quella del ‘ponte’ lo è- sono ‘pericolose’.

Ogni ‘ponte’, in effetti, è solidità e stabilità, e deve esserlo al massimo delle sue possibilità se vuole svolgere la sua funzione.

E ogni ‘ponte’ è percorso obbligato, direzione decisa e netta, asfissiante linea retta dalla quale è consentito solo un illusorio affaccio sui flutti o sul vuoto.

E, davvero, i ‘ponti’ con i quali ci assillano stanno diventando percorsi soffocanti e monotoni.

Ma, sopratutto, ogni ‘ponte’ presuppone un punto di partenza ed una mèta.

La Chiesa del 2016 non si sa bene da dove voglia partire nè dove voglia arrivare: con una grandissima attenuante, è ovvio. Nel frattempo, infatti, il mondo verso cui essa si protende non è più un’isola stabile, un continente di terraferma, ma un acquitrino in cui le acque impetuose prendono sempre più il posto delle rocce.

Non c’è davvero dove poter pensare di ‘attaccare’ le parti finali di questi ‘ponti’ da costruire.

Senza dire che una Chiesa che si intestardice sui ‘ponti’ da percorrere, sembra proprio che stia perdendo -paradossalmente- la libertà di viaggiare come… una barca, nel mare della storia.

Piccoli ‘argini’

Se le ‘sponde’ di partenza e di arrivo, quindi, non sono certe ma melmose, liquide ed insicure, il problema di fondo non sembra essere quello di costruire ‘ponti’.

Piuttosto, ammettendo -senza concedere- che non siano necessari in alcun caso i ‘muri’, paiono indispensabili almeno alcuni ‘argini’.

E, arginare, significa qui contenere le terre affinchè non si sciolgano come sabbia nel mare, dopo esser state sbattute dalle onde.

Ciò ci riporta alla ‘dissoluzione-dissolvimento’: il segreto è contenere, trattenere, gelosamente ‘conservare’.

Ciò che è solido e si sta dissolvendo, anzitutto, ma anche ciò che è liquido, affinchè disperdendosi, non lo si perda per sempre.

Ragion per cui molti dei post, a partire da questa ripresa, saranno sul senso del limite, un controcanto rispetto alla retorica che ci vorrebbe davvero liberi e compiuti come esseri umani solo affrancandoci totalmente dalle regole, dai doveri, dalle limitazioni, fossero persino quelle di natura.

Magari per consegnarci ad una schiavitù ancora più feroce e degradante: quella in cui è definitivamente persa la misura di ciò che è davvero umano.

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Una ripresa…

Un bel giorno, il mio blog è sparito.

La piattaforma su cui si trovava ha avuto grossi problemi proprio a cavallo del rinnovo annuale e i post si sono volatilizzati con il loro carico di idee, intuizioni ed emozioni.

Saranno da qualche parte, fra gli anfratti della rete; e mi piace pensare che stanno lì, come fra le pieghe di una memoria umana, riposti senza che alcuno possa più rievocarli.

Non so se sia un bene.

So solo che sta capitando troppo spesso di affidare a ‘supporti’ esterni quello che ci appartiene, nell’illusione che questi ‘spazi’ possano conservarlo per sempre al posto della nostra memoria.

E’ uno dei risultati della libertà di espressione che, come tutte le libertà, comporta dei rischi.

In fondo, ci esprimiamo per consegnare ad altri un nostro contributo, pretendendo che esso possa aiutare o semplicemente sorprendere il prossimo. Ciò che pensiamo va fuori di noi, laddove -un poco- dovremmo saperlo trattenere, tenerlo un po’ per noi.

In altre parole: mai epoca come questa potè dirsi affetta, fino al parossismo, di una sua spontaneità di comunicazione che, spesso, non… comunica quello che davvero pensiamo, perchè… non lo abbiamo ‘pensato’ abbastanza.

Nell’era dei social network (che si è sostituita come un predatore a quella della scrittura on line e dei blogs in particolare) non si riflette, non si trattengono le idee, le suggestioni, le reazioni in modo che davvero si possa dire che sono state nostre, che le abbiamo tenute dentro quel tanto che basta affinchè potessero realmente rappresentarci.

Spesso sorprendo me stesso e tanti altri a difendere concetti, nei commenti, in cui -dopo infinite interazioni- dopo giorni mi rendo conto di essermi espresso male, di avere scritto qualcosa che l’altro ben ha potuto interpretare in modo opposto o comunque divergente da quanto io davvero intendessi.

La comunicazione, insomma, può ‘fregare’, può ‘defraudare’ le idee e le convizioni.

Come, d’altra parte, la comunicazione riesce spesso nell’intento di ‘defraudare’ persino i fatti della loro effettiva portata e del loro significato più profondo.

Riprendere, quindi, lasciando andare un ‘lavoro perduto’, significherà cogliere un’occasione: quella di rimeditare cose già scritte, per riportarle ‘fuori’ in modo diverso.

Imparando così a proporre meglio ‘cose’ un po’ più nuove.

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