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Del morire ‘dignitosamente’

Ci risiamo.

Riappare, a margine del provvedimento con cui la Cassazione si è occupata dell’istanza di Totò Riina di uscire di galera per passare altrove i suoi presumibilmente ultimi giorni, il concetto di ‘morte dignitosa’.

Non ci preoccupa certo il già straripante dibattito sul caso e… se sia il caso.

Questo presupporrebbe la lettura del testo ed un esame normativo che, da avvocato e cittadino, lascio volentieri ad altri.

Il che non significa che non abbia una mia idea sul tema: la tengo per me.

No, lo spunto è ghiotto, proprio perchè ritorna questo slogan della ‘morte dignitosa’ che, ovviamente, ha scatenato l’inferno sui media, anche social, appioppato -sia pure in via ipotetica- al c.d. ‘Capo dei Capi’.

Mi chiedo brutalmente: c’è una ‘dignità’ del morire che giustifichi una ‘dignità’ nel modo di morire?

Una risposta cattolica, credo, contenga in sè l’inevitabile et-et, qui più crudo e spiazzante che mai.

Il morire è un… insulto insopportabile alla vita, specie se… ci capita personalmente o achi è vicino.

Qualcosa -che solo un determinismo ed un positivismo pacchiani possono chiamare ‘istinto di sopravvivenza’- si ribella nel profondo dell’uomo alla sola idea della propria morte. Il proprio morire non ha alcuna ‘dignità’, perchè non è questo a cui ci si sente chiamati.

Paradossalmente, coloro i quali vogliono morire, specie per evitare atroci sofferenze, lo confermano: dicono, infatti, ‘non è vita’, poichè una vita nel dolore è anticipo di morte nella qualità o nella quantità delle potenzialità umane.

Per quanto grottesco, nel suo essere pateticamente prometeico, l’epitaffio che sta sulla tomba di Claudio Villa ( “Vita sei bella, morte fai schifo”) ha un che di vero: la morte ci fa più ‘schifo’ di ogni cosa, la sentiamo innaturale, la rifuggiamo.

Credo sia, sempre in una prospettiva di fede, un retaggio dell’immortalità dell’anima che si unisce all’inevitabile unità di quest’ultima, nell’essere umano, con la corporeità.

In questo senso, morire non è affatto ‘dignitoso’, non può mai esserlo.

Tuttavia, ed ecco l’altro estremo dell’ossimoro, morire è l’atto più ‘dignitoso’ che l’uomo possa… compiere, specie se si è lucidi nel momento fatidico.

L’uomo sa di dover morire: e, nella prospettiva cristiana, questo è un passaggio verso l’eternità; una nuova ‘partenogenesi’; una pasqua in cui il carattere ignoto delle ‘destinazione’ non sminuisce, ma -se possibile- amplifica la solennità del momento.

Un atto che, in epoche ormai ‘remote’ implicava una socialità, non solo familiare, consona all’importanza del momento: si aprivano, per il parente o l’amico, le porte di un Altrove.

Il tutto implicava -ed implica ancora, anche se in forme diverse- bilanci di vita; e ci si ‘pesava’ forse, finalmente, senza alibi nè camuffamenti, in modo sincero ed onesto.

Il morire, insomma, implica anche la ‘dignità’ dell’essere umano: quella di chi è consapevole, onesto fino in fondo con sè stesso, portatore di un giudizio su di sè scevro da opportunismi o di ‘ruoli’ da sostenere.

Non è una ‘dignità’ di tutti: se prevale la ribellione verso la morte, questo ‘esame’ o ‘soppesamento’ di sè stessi può non accadere.

Ma, se accade, è un giudizio che, nel credente, sarà una preparazione di quello, ben più profondo e decisivo, che lo attenderà dietro la soglia appena varcata.

Difficile et-et, insomma, intenso ed abissale…

Eppure, la dignità massima e lo ‘schifo’ portati con sè dal morire convivono, ineluttabilmente, l’una con l’altro. In questa ‘convivenza’ si scontrano, si alternano, condizionando stati d’animo del morente e di chi sta a lui vicino.

La morte riassume davvero la condizione umana e non solo perchè vi pone fine.

Non è detto dunque che, per Totò Riina sarebbe una ‘passeggiata’ quella nella ‘dignità’ del morire. Anzi, in termini di patimento, potrebbe essere non dissimile dal morire col massimo del rigetto verso la propria fine, se non di più…

Spesso, infatti, il bilancio di sè stessi è davvero insopportabile.

Proprio perchè è un uomo, e non una ‘belva’, ci auguriamo -dunque- che il Corleonese muoia ‘dignitosamente’.

Oltre, comunque, troverà Chi saprà giudicarlo.

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“Everything that you imagine is real” Really?

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“Tutto ciò che puoi immaginare è reale”?

E’ vero?

Oltre due secoli fa, forse più considerando alcune ‘avanguardie’, è iniziata la ‘dittatura dell’immaginazione’.

La ‘civiltà dell’immagine’, la ‘dittatura del relativismo’? A mio parere, due semplici corollari.

La vera dittatura è proprio quella dell’immaginazione sul reale.

Lo scenario dell’ideologo illuminista, comunista o nazista, ambientalista: esercizio di ‘immaginazione’ pianificata per cambiare la realtà fino a violentarla e devastarla (oggi svuotarla), laddove non si adeguasse.

La visione dell’artista ‘alternativo’ (la frase è di Pablo Picasso e… gli calza ‘a pennello’): il dirompente messaggio che, dal considerare l’intera realtà solo ciò che vediamo dalla prospettiva da cui lo vediamo, al considerarla ciò che vediamo …chiudendo gli occhi, il passo è breve, brevissimo…

Ed, ormai, a furia di parcellizzare la realtà, di decostruila, di guardarla e giudicarla in tanti modi quanti sono gli ipotetici punti d’osservazione, di osservarla -insomma- come un affresco cubista, abbiamo finito col chiudere gli occhi nei confronti dell’interezza e della complessità del reale.

Oggi, appunto, ‘comanda’ l’immaginazione-astrazione, sia essa intesa come programma-visione che come astrazione estrema, a fini ideologici o narrativi, di un solo aspetto della realtà, trascurando gli altri.

Sicchè, ormai, è solo ciò che puoi immaginare ad essere ‘reale’.

Tutto ciò che ‘sfugge’ all’impero dell’immaginario finisce così per infastidire e disturbare. E lo rimuoviamo, con un meccanismo di difesa ormai automatico; con tratti nevrotici, spesso implicanti aggressività verso chi ‘dissente’ dalla visione (fosse anche per perorare la sua, di visione).

Unico ‘ponte levatoio’ fra due o più ‘fortezze della solitudine’ dell’immaginario è il riconoscimento del relativo: se io, riconosco che il mio è un secondo me e anche l’altro lo fa, scatta la ‘pace’ (o, sarebbe meglio dire, la ‘tregua’).

Ma non è un vero ‘incontro’, non c’è una sintesi: il ponte levatoio rimane alzato e ognuno resta della sua idea-convinzione.

Sul reale, sulla sua complessità, sulla sua esplorazione -invece- può avvenire l’incontro ed il confronto,  l’accettazione dei problemi e la sintesi delle soluzioni.

In una parola: la condivisione.

Il reale è un ponte sempre abbassato e comunicante, perchè è la terraferma; nessuno può ritrarsi quando vi si confronta davvero, salvo voler continuare a vivere sulle nuvole.

 

 

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Io non sono buono

Nonostante lo ‘scafo’ che mi porto addosso, riesce sempre a colpirmi il richiamo ai valori ‘cristiani’ da parte di chi si dice, con orgoglio, agnostico, ateo o, comunque, non cattolico.

Sia chiaro: il mio non è il classico ‘che cosa possono saperne loro’, anzi!

Loro possono ‘saperne’ perchè il punto di approdo del loro essere ‘solidali’, ‘aperti’ e ‘tolleranti’ altro non è che lo sviluppo di valori, esperienze e culture cristiane e cattoliche.

Sono che, pur ‘sapendo’ (nel senso etimologico del termine, cioè ‘assaporando’) di cristianesimo, ne ‘sanno’ a modo loro: con una ‘memoria’ ed una ‘consapevolezza’ ormai lontane dal fatto cristiano e dall’esperienza della Chiesa, dalla quale essi -appunto, orgogliosamente- prendono le sempre più ampie distanze.

In che consiste -allora e volendo brutalmente semplificare- codesto comportarsi ‘da cristiani’ che ci viene spesso rimporverato mancare nei nostri atteggiamenti?

In una parola: non siamo sufficientemente ‘buoni’.

Tutta la critica – a partire da quella storica- alla Chiesa sembra potersi riassumere in questo: non è mai stata all’altezza della ‘bontà’ che predica; con un dato sempre più evidente, negli ultimi tempi: ormai la Chiesa non è all’altezza della ‘bontà’ neanche quando predica ciò che ha sempre predicato.

E, allora, ecco l’affannarsi di tanti uomini di Chiesa appresso alla ‘bontà’; ecco la gara ad una sollecitudine -sopratutto quella a parole- sempre più nobile, alta; disinteressata ai limiti del vero e proprio suicidio e delal dissipazione di sè.

Eppure (o, forse, proprio per questo motivo) una delle battute più misteriose del Cristo nei Vangeli, attiene a questa ‘pretesa di bontà’ sempre più assoluta e sbandierata.

E’, chiaramente, il passo in cui Gesù, apostrofato come ‘Maestro buono’, rivolge al suo interlocutore una risposta che sembra un po’ ‘scostante’: “Perchè mi chiami ‘Maestro buono’? Nessuno è buono tranne Dio!”.

La battuta, ovviamente, è conferma e conforto della divinità di Cristo. Anzi -estendendo il concetto- non pare esserci ‘bontà’ al di fuori delle divinità. O, se vogliamo, tutto ciò che è buono è divino.

Ma dice una verità sull’uomo: “nessuno è buono”.

Hai voglia sforzarti o, peggio, atteggiarti: non sei ‘buono’, nè potrai -da te stesso, da solo- mai esserlo.

Ecco: io non sono buono.

E mi sembra, oltretutto, un buon punto di partenza, per non sentirmi mai ‘arrivato’

 

 

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16 aprile 2017

Messori e BXVI 2

L’e.mail che ho appena ricevuto è, al solito, chiara ed ‘aperta’: “non so se vale il sito…..giudica tu…”.

Quello che dovrebbe ‘valere’ è l’intervista che Vittorio Messori ha rilasciato a Riccardo Caniato e che si trova pubblicata sul settimanale Gente, in uscita questa settimana.

Che ‘valga’ il sito dello scrittore è scontatissimo: è un breve ricordo della sua amicizia con Joseph Ratzinger, il ‘Papa emerito’ Benedetto XVI, in occasione del 90° compleanno di quest’ultimo, del prossimo 16 aprile.

Una ricorrenza che ‘pesa’, specie per uno come me, che da tanto ‘peso’ appunto alle date.

Questo ‘novantesimo’ non cade in un giorno qualsiasi: il 16 aprile sarà il giorno di Pasqua di questo 2017, oltre che il giorno del compleanno di Ratzinger… e di Vittorio Messori.

E il 16 aprile del 2017, sarà la ricorrenza di santa Bernadette Soubirous, la veggente di Lourdes, dell’anno in cui si celebra il centenario dell’altra apparizione mariana per eccellenza: quella di Fatima.

Un bell’intreccio, insomma.

Reso ancor più intrigante, se possibile, dalla profonda coloritura di stile mariano con cui si manifesta: la festa liturgica della Santa (e quella genetliaca del papa emerito e del suo intervistatore) saranno ‘sovrastate’ e completamente ‘coperte’ dalla festività pasquale.

Cosa c’è, insomma, di più ‘mariano’ di un ‘nascondimento’ in cui una ricorrenza sparisce dietro un’altra che, però, è la più importante e nobile di tutte?

 

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1987

Giorni fa, ho compiuto 49 anni.

Per una singolare ‘simmetria’ numerica, il compleanno è stato assolutamente significativo: sono passati, infatti, trent’anni da quando mi sentii di… festeggiare per la prima volta il mio compleanno con una festa ‘vera’ degli anni Ottanta: di quelle con tanto di garage preso in affitto, stereo portato da casa, vinili vari (mix compresi), compagni di classe ed amici.

L’anno prima ero diventato maggiorenne: ma era stato un anno terribile per me, buio come pochi; per mesi venivano al pettine tutti i nodi della mia adolescenza e mi resi conto che ero ‘solo’.

Sperimentai, insomma, con consapevolezza la mia ‘solitudine ontologica’; il vuoto dell’anima che si crea in una persona: aiutato, certo, dal sapere di non avere nessuno vicino (per la mia timidezza e per essere, di fatto, cresciuto da solo); non mi servirono allora nè gli ottimi risultati a scuola; nè la mia passione politica (ero, di fatto, un socialista ‘critico’); nè -men che meno- la mia voracità per l’informazione, il mio essere sempre ‘al corrente’, ‘al passo coi tempi’.

Non mi furono di alcun conforto, se non per distrarmi.

Nell’86, quindi, non festeggiai la maggiore età.

Ma lo feci, quindi, l’anno dopo, nel 1987: perchè quel vuoto venne riempito, come per un Dono inaspettato, inatteso.

Anni dopo capii di essere stato ‘scavato’, ‘svuotato’, per ‘contenere’ qualcos’altro, Qualcun’altro.

Ricordo poco: la visita di un sacerdote, in clergyman, un salesiano, in classe; con la scusa di alcuni test in vista della scelta dell’università. La proposta di partecipare ad una riunione nel gruppo che quello stesso sacerdote aveva costituito in città.

L’incontro, l’ascolto, il confronto con nuove persone, anche più grandi di me. L’unità che respirai, la forza che risaliva con la condivisione anche di semplici stati d’animo. E, sopratutto, la folgorazione del primo contatto con i versetti del Vangelo.

Che , da allora, mi fanno sempre lo stesso effetto (al netto di normali periodi di aridità): le parole -anche le singole parole- suscitano significati e ragionamenti ‘freschi’, profondi, ‘scoperte’. Che un po’ dovevano colpire, quando le condividevo: se è vero che, in quella comunità feci subito ‘carriera’ (il termine farà ridere i miei amici, che capiranno), ricoprendo ruoli in cui mi affidarono altri ragazzi.

Il Dio cristiano aveva fatto irruzione nella mia vita d’inconsapevole agnostico (quindi, di ‘doppiamente agnostico’): a casa divoravo i Vangeli insieme al Villari ed al Petronio, dovuti per la maturità imminente.

Ero cambiato; ero stato cambiato. Ed ero ‘riconciliato’ con tutto e con tutti: la mia carissima insegnante di Italiano (cattolica, impostazione salesiana…) lo notò subito e mi volle chiedere cosa fosse accaduto. Le mie compagne di classe (eravamo solo quattro maschi su venti alunni) percepirono il mio inedito entusiasmo: e mi rese più felice che ne fossero felici.

Dopo pochi mesi, io che a malapena parlavo, fui in grado di affrontare la mia prima trasmissione, diventando il giornalista della Radio che quella stessa comunità prese in mano e rilanciò e, poi, il giurista che la salvò dalle insidie paludose della burocrazia.

Dopo pochi mesi, iniziai a viaggiare in altre Città per parlare ad altri di Cristo: io che non mi spostavo mai più lontano dalla piazza della mia Pachino.

Fu la mia conversione.

E essa portò con sè anche la fine di tutte le mie solitudini: perchè trovai l’amore della mia vita.

Colei che, stamattina, mi ha detto: ‘esiste un solo Sebastiano Mallia’.

E’ vero: ne esiste uno solo così ed è ‘nato’ nel 1987.

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Un po’ tutto è ‘alla rinfusa’, in quel di Tuam…

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Grande clamore, da giorni, sulla vicenda dell’orfanotrofio irlandese -“nelle cui fosse settiche e fognarie” (le virgolette sono indispensabili..)- sarebbero stati rinvenuti ‘800 corpicini’ di quelli che ‘apparirebbero come feti o cadaveri di bambini piccoli’.

Il Corrierone parla di “Bimbi perduti d’Irlanda”,  e Wikipedia  ha già sentenziato che: “Era inoltre presente un istituto di suore per ragazze madri ed orfani, divenuto tristemente noto il 3 marzo 2017 per il rinvenimento di una fossa comune con all’interno circa 800 corpi di bambini.”

Sulla vicenda si è, ovviamente, aperto il libero confronto su Facebook: il tutto in funzione denigratoria di quelle ‘ipocrite’ suore irlandesi (alla Magdalene, per intenderci) che avrebbero fato abortire di nascosto ovvero fatto morire di stenti questi poveri piccini, figli di ragazze madri a loro rivoltesi.

Cosa che, in effetti, già suona poco: a che pro andare proprio per suore al fine di ‘abortire’?

E, ovviamente, il ‘disinformato medio’ da social network è assolutamente convinto che la scoperta sia avvenuta la scorsa settimana, mentre la realtà è un’altra.

La prima indagine di Catherine Corless -la donna che ha dato vita al caso- risale al 2014 e sconta un limite evidente: non si è mai avvalsa di alcuno scavo.

Alla Corless dobbiamo una sola precisa informazione: che i corpicini sepolti sarebbero 800. Informazione che la storica ricavò dai certificati di morte…redatti dalle stesse suore che avrebbero dovuto tenere -secondo la vulgata anticlericale- ‘nascosto’ un tale abominevole ‘olocausto’.

Tutto il rimanente lavoro della signora è stato, invece, un po’ confuso, per i limiti oggettivi dei mezzi usati da una persona che agì più con passione che con strumenti che, senza sua colpa (è chiaro) non poteva possedere.

Basti dire che, pur accennando -senza però mai parlare di certezza assoluta che fossero fosse settiche- su camere all’interno delle quali sarebbero stati deposti i corpi, la Corless trascurò la presenza di un cimitero nei pressi del convento (cimitero su parte quale, peraltro, vennero costruiti alcuni immobili).

Già nel 2014, a seguito delle prime interviste di Catherien Corless, la vicenda venne ridimensionata.

Ne parlano più diffusamente UCCR   e, significativamente, il più ‘laico’ ‘Bufale un tanto al chilo’ a cui rimando per i dettagli.

Il vero fatto nuovo è che, finalmente, sono stati fatti alcuni scavi dalla commissione governativa che è stata incaricata del caso ed essi hanno portato ai risultati che vengono riportati qui dallo Irish Time.

Dall’articolo (che richiama il comunicato della commissione) ricaviamo alcuni dati certi:

  1. non c’è ancora alcuna indicazione di esattamente quanti corpi sono stati scoperti nel sito.
  2. in uno scavo di prova nel mese di novembre / dicembre 2016 e nel gennaio / febbraio 2017, sono state individuate ‘due grandi strutture’.
  3. la prima struttura sembra essere un grande sistema di contenimento delle acque reflue o fossa settica che era stato dismesso e pieno di macerie e detriti e poi coperto con terreno superiore;
  4. la seconda struttura ‘è una struttura lunga che è divisa in 20 camere‘;
  5. la commissione ha detto che ‘non aveva ancora deciso quale sia lo scopo di questa struttura era ma sembrava essere un serbatoio di acque reflue’;
  6. la Commissione ‘non aveva, inoltre, ancora determinato se è stato mai utilizzato per questo scopo’;
  7. in questa seconda struttura, quantità significative di resti umani sono stati scoperti in almeno 17 delle 20 camere sotterranee che sono state esaminate”;
  8.  “un piccolo numero di resti” sono stati “recuperati a scopo di analisi”. Da questi resti è possibile risalire ad un “numero di individui la cui età di decesso varia da circa 35 settimane fetali di due o tre anni”.

Insomma: la prima struttura potrebbe essere stata un serbatoio di acque reflue (ma non è certo che si mai stata utilizzata per lo scopo).

Solo nella seconda (quella di 20 camere), sono stati trovati resti umani. Di questi resti non è assolutamente certo il numero dei corpi, ma pare assodato un chiaro elemento: si tratta di corpi dalla 35 settimana di gravidanza (nono mese) a due o tre anni.

E proprio qui pare cascare miseramente il teorema delle ‘suore abortiste’ (ed anche, per questa ragione, un po’ ‘ipocrite’): un aborto che non voglia mettere a serio rischio la vita della madre si pratica il prima possibile, non nell’imminenza del parto.

E, in ogni caso, tutto (sopratutto le 35 settimane) lascia supporre che si trattasse di nascite premature o, al più, di aborti spontanei.

Ma questa vicenda ci dice molto sul modo di assemblare i ‘fatti’ della stampa, specie nostrana: la vicenda della ‘eroica’ ricercatrice del 2014 e la sua storia, il riferimento agli 800 ‘corpicini’ (la maggior parte dei quali, peraltro, ben potrebbe essere stata sepolta nel piccolo cimitero che c’è sempre stato vicino al convento di Tuam), è stata sapientmente ‘mescolata’ con i ritrovamenti del 2017 che, come abbiamo visto (parola della Commissione governativa), di certezze ne ha ben poche ed anzi, non è in grado di confermare neanche il dato che più ha indignato e ‘scovolto’ le ‘anime belle’ di Facebook.

Che, cioè, alcuni corpi fossero stati gettati fra i liquami fognari.

‘Alla rinfusa’, insomma, come come sono state affastellati e buttati in pasto al lettore, dai nostri media, i fatti di Tuam.

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Tutto ‘ruotava’ attorno ad O.J.

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La prossima volta che mi salterà addosso l’indignazione per i plastici televisivi, le riscostruzioni di terzi, i profili ripetitivi e tutto il brunovespaio o barbaradursame che gira attorno ai ‘casi criminali irrisolti’ (o ‘più o meno risolti’) della giustizia italiana, ripenserò a American Crime Story: The People V. O. J. Simpson, e vedrò di calmarmi.

Vedere su Rai4 la serie americana sul processo all’ex campione dell’NFL, in effetti, mi ha chiaramente fatto capire da dove veniamo e dove, purtroppo, andiamo in quest’ordine di cose. Nel modo, cioè, in cui la ‘giustizia’ subisce violenza da quanto le ‘gira attorno’, nella società mediatica.

Giustamente, questa serie ha fatto incetta di nominations e premi televisivi a cavallo nel 2016: si tratta di un prodotto in cui l’accuratezza ricostruttiva ben sin combina con la bravura del cast e degli sceneggiatori e con intuizioni davvero felicissime.

Colpisce -anzitutto- la capacità della serie di ‘stare ai fatti’ con rigore nello stesso modo in cui riesce a trasmetterti chiari messaggi -non solo morali o sociali- su vari temi. E colpisce la straordinaria focalizzazione di tutti i personaggi, del modo in cui l’intera vicenda finisce per travolgerli, condizionando le loro vite.

Per The People v. O.J. Simpson, la vicenda dell’omicidio di cui egli è accusato (quello della ex moglie e del presunto amante di lei) è tuttavia un sostanziale ‘pretesto’ che, seppur ricostruito con rigore e profondità di analisi criminologica, psicologica e -sopratutto- processuale, apre uno scenario molto più intrigante ed inquietante: quello del sempre più  crescente ruolo dei media nelle vicende giudiziarie che ‘tirano’ l’attenzione della pubblica opinione.

Nel film ad episodi di FX, si coglie appieno il dramma che si sovrappone alla vicenda giudiziaria: quello del rapporto fra le forze di polizia e la comunità nera di Los Angeles (ed americana in genere). Questa ‘narrazione’ che, come detto, viene posata a mo’ di ‘coperta’ sulla ricerca delle verità dell’omicidio, è frutto di una ben precisa scelta strategica delle difesa; anzi, di una svolta strategica, quella portata dall’avvocato di colore Johnnie Cochran, arrivato solo in seguito a completare il prestigioso collegio difesivo di O.J. Simpson.

Le implicazioni razziali e sociali di un processo ad un nero famoso (per di più sposato ad una donna bianca, la vittima), finiranno col prevalere sull’atteggiamento dell’opinione pubblica verso l’imputato, fino a riversarsi sull’orientamento della giuria.

E così il ‘ragionevole dubbio’ sulla colpevolezza di O.J. non sarà dissimile dal ‘pregiudizio alla rovescia’ che la comunità nera ha visto crescere e consolidarsi per decenni: quello che i poliziotti bianchi ce l’abbiano coi ‘negri’ al punto da inventarsi accuse e persino le prove della loro colpevolezza.

Il tutto è palese, plasticamente, nell’ultima puntata: a verdetto di assoluzione acquisito, nello studio di Cochran sono in corso i festeggiamenti per la vittoria processuale; un’assistente richiama l’attenzione dell’avvocato vincitore: in TV c’è Bill Clinton (il Presidente di allora) che, con compunzione tutta liberal, sospira sulla necessità di ‘costruire più solidi legami’ fra le razze, ‘superando gli steccati’.

E’ allora che Cochran esclama: ‘abbiamo vinto!’. Questa ‘sincerità’ della lotta alle discriminazione ed ai conseguenti abusi della polizia (non va dimenticato che Los Angeles, il teatro della vicenda, era stata oggetto di rivolte a sfondo razziali qualche anno prima, a seguito dell’omicidio di Rodney King), nulla toglie tuttavia al modo in cui questa narrazione distorce, o piega la ricerca delle verità processuale.

E il messaggio ‘penetra’ nella giuria (che era rimasta ‘isolata’ dal circo mediatico attorno al caso), sulla cui formazione entrano in guerra accusa e difesa. Penetra proprio perchè i giurati vivono sulla loro pelle la continua sostituzione di ciascuno di essi, percependo che è in corso un conflitto per far sì che -nel collegio giudicante- prevalga una maggioranza di un colore di pelle rispetto all’altra. Sicchè, alla fine, le uniche due contrarie al fulmineo verdetto saranno due donne bianche.

In un processo sul quale si incistano e si innestano, come parassiti, altri ‘processi’ come questo, insomma, diventa difficile capire (ed il film lo rende magistralmente), chi… è sotto processo, essendolo persino, appunto, la giuria stessa!

Fuori dall’aula, metafora (sempre reale però) del ‘rispetto delle regole’ (affidate, tuttavia, con ammiccamento che tradisce, tuttavia, anch’esso un’sospetto razziale’, ad un giudice asiatico….) , le regole vengono brutalizzate e, appunto, tutti i protagonisti vengono processati mediaticamente.

Marcia Clark, la procuratrice dell’accusa, colpita nel suo essere donna e perseguitata dalle TV e dai giornali per una debolezza (l’aver cambiato taglio di capelli, anche qui in funzione di apparire ‘fuori dal processo’) e per un peccato di gioventù (i giornali sparano in prima pagina una sua foto nuda, fattale dal primo marito).

Ma anche, per la strana ‘par condicio’ che spesso il cinismo dei media ama seguire, con la scusa della ‘imparzialità’, Johnnie Cochran viene ‘pugnalato’ in TV dalla ex moglie, istigata dalle televisioni a raccontare, processandolo pubblicamente, l’ex marito.

Persino Lance A. Ito, il giudice che presiede il processo, viene bersagliato e preso di mira dagli spettacoli televisivi, per poi essere colpito anche lui -personalmente, nll’intimo- da una riproduzione tecnica: il nastro in cui il poliziotto razzista che esaminò per primo la scena del crimine (Mark Fuhrman, paradossalmente finito… in TV come ospite frequente di show a sfondo giudiziario), contiene alla fine pesanti epiteti dello stesso testimone contro una collega del dipartimento di Polizia di L.A., moglie del giudice, che però gli aveva tenuta nascosta la circostanza…

I piani ed i processi si sovrappongono, si mischiano a tutto detrimento della ricerca della verità. Tutti -nel tentativo di vincere- sono condizionati, manipolati, condotti ‘altrove’, tutti sono colpevoli e vittime, come O.J., di accuse che si contrappongono.

Alla lettura del verdetto, la serie riporta le vere immagini televisive del pubblico, per le strade e davanti agli schermi, ‘tracurando’ O.J.: scene di giubilo si contrappongono a quelle di rabbia, in un ‘sabba’ globale, quasi in uno scenario post-bellico in cui i ‘vincitori’ urlano in faccia ai ‘vinti’.

E così, come ha riprodotto -in diretta- la vana fuga sul ‘Bronco’ di O.J., facendo la storia degli ascolti televisivi, la gogna mediatica ‘si adegua’, ‘risarcendolo’ e riprendendo con esatta e simmetrica ‘diretta’ il suo viaggio in uscita dal carcere verso casa, verso la libertà.

Giustizia mediatica’, con tale contrappasso, è così pure ‘fatta’…

Ma la serie, nella sua asetticità consapevole e, paradossalmente, ‘solidale’ con ciascuno dei protagonisti, mantiene un piccolo -apparentemente flebile- ‘arco narrativo’: il consumarsi nell’intimo del dramma di Robert Kardashian, l’avvocato amico di O.J..

Uno dei pochi a stargli vicino. Ma ‘standogli vicino’, conoscendo tutto di O.J., incluso il suo rapporto tempestoso con la moglie uccisa, Kardashian è l’unico a rimanere dentro i fatti, dentro il processo, l’unico a vivere la ricostruzione senza tutte le implicazioni estreme ed esterne che gli sono state, più o mno artificialmente, appiccicate.

Lo può perchè è l’unico che ha a cuore la verità sul suo amico, l’unico a vivere il dipanarsi delle certezze e dei dubbi del processo nella sua coscienza (di amico, ma anche di uomo di legge, di avvocato).

Alla fine, con lo sguardo verso Marcia Clark dentro l’aula, Bob Kardashian emette il suo doloroso verdetto di colpevolezza. Ma è l’unico che non può parlare, non può ‘esternare’, non può ‘mediatizzare’ la sua posizione perchè l’amicizia glielo impedisce.

Ed è l’unico che ‘esegue’ la condanna verso O.J.: con un’altro sguardo di cui, solo per un attimo, l’insensibile amico percepisce il significato, Kardashian ‘dice addio’ ad O.J., abbandonandolo per non voler avere a che fare più nulla con lui, con quello che reputa un assassino.

Chissà se sarà stata fatta, almeno in questo modo, ‘giustizia’…

Mi piace pensarlo, non perchè sia colpevolista, ma perchè la giustizia vera sempre implica una coscienza libera, in un mondo che che non ama le coscienze nè la libertà.

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