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Tutto ‘ruotava’ attorno ad O.J.

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La prossima volta che mi salterà addosso l’indignazione per i plastici televisivi, le riscostruzioni di terzi, i profili ripetitivi e tutto il brunovespaio o barbaradursame che gira attorno ai ‘casi criminali irrisolti’ (o ‘più o meno risolti’) della giustizia italiana, ripenserò a American Crime Story: The People V. O. J. Simpson, e vedrò di calmarmi.

Vedere su Rai4 la serie americana sul processo all’ex campione dell’NFL, in effetti, mi ha chiaramente fatto capire da dove veniamo e dove, purtroppo, andiamo in quest’ordine di cose. Nel modo, cioè, in cui la ‘giustizia’ subisce violenza da quanto le ‘gira attorno’, nella società mediatica.

Giustamente, questa serie ha fatto incetta di nominations e premi televisivi a cavallo nel 2016: si tratta di un prodotto in cui l’accuratezza ricostruttiva ben sin combina con la bravura del cast e degli sceneggiatori e con intuizioni davvero felicissime.

Colpisce -anzitutto- la capacità della serie di ‘stare ai fatti’ con rigore nello stesso modo in cui riesce a trasmetterti chiari messaggi -non solo morali o sociali- su vari temi. E colpisce la straordinaria focalizzazione di tutti i personaggi, del modo in cui l’intera vicenda finisce per travolgerli, condizionando le loro vite.

Per The People v. O.J. Simpson, la vicenda dell’omicidio di cui egli è accusato (quello della ex moglie e del presunto amante di lei) è tuttavia un sostanziale ‘pretesto’ che, seppur ricostruito con rigore e profondità di analisi criminologica, psicologica e -sopratutto- processuale, apre uno scenario molto più intrigante ed inquietante: quello del sempre più  crescente ruolo dei media nelle vicende giudiziarie che ‘tirano’ l’attenzione della pubblica opinione.

Nel film ad episodi di FX, si coglie appieno il dramma che si sovrappone alla vicenda giudiziaria: quello del rapporto fra le forze di polizia e la comunità nera di Los Angeles (ed americana in genere). Questa ‘narrazione’ che, come detto, viene posata a mo’ di ‘coperta’ sulla ricerca delle verità dell’omicidio, è frutto di una ben precisa scelta strategica delle difesa; anzi, di una svolta strategica, quella portata dall’avvocato di colore Johnnie Cochran, arrivato solo in seguito a completare il prestigioso collegio difesivo di O.J. Simpson.

Le implicazioni razziali e sociali di un processo ad un nero famoso (per di più sposato ad una donna bianca, la vittima), finiranno col prevalere sull’atteggiamento dell’opinione pubblica verso l’imputato, fino a riversarsi sull’orientamento della giuria.

E così il ‘ragionevole dubbio’ sulla colpevolezza di O.J. non sarà dissimile dal ‘pregiudizio alla rovescia’ che la comunità nera ha visto crescere e consolidarsi per decenni: quello che i poliziotti bianchi ce l’abbiano coi ‘negri’ al punto da inventarsi accuse e persino le prove della loro colpevolezza.

Il tutto è palese, plasticamente, nell’ultima puntata: a verdetto di assoluzione acquisito, nello studio di Cochran sono in corso i festeggiamenti per la vittoria processuale; un’assistente richiama l’attenzione dell’avvocato vincitore: in TV c’è Bill Clinton (il Presidente di allora) che, con compunzione tutta liberal, sospira sulla necessità di ‘costruire più solidi legami’ fra le razze, ‘superando gli steccati’.

E’ allora che Cochran esclama: ‘abbiamo vinto!’. Questa ‘sincerità’ della lotta alle discriminazione ed ai conseguenti abusi della polizia (non va dimenticato che Los Angeles, il teatro della vicenda, era stata oggetto di rivolte a sfondo razziali qualche anno prima, a seguito dell’omicidio di Rodney King), nulla toglie tuttavia al modo in cui questa narrazione distorce, o piega la ricerca delle verità processuale.

E il messaggio ‘penetra’ nella giuria (che era rimasta ‘isolata’ dal circo mediatico attorno al caso), sulla cui formazione entrano in guerra accusa e difesa. Penetra proprio perchè i giurati vivono sulla loro pelle la continua sostituzione di ciascuno di essi, percependo che è in corso un conflitto per far sì che -nel collegio giudicante- prevalga una maggioranza di un colore di pelle rispetto all’altra. Sicchè, alla fine, le uniche due contrarie al fulmineo verdetto saranno due donne bianche.

In un processo sul quale si incistano e si innestano, come parassiti, altri ‘processi’ come questo, insomma, diventa difficile capire (ed il film lo rende magistralmente), chi… è sotto processo, essendolo persino, appunto, la giuria stessa!

Fuori dall’aula, metafora (sempre reale però) del ‘rispetto delle regole’ (affidate, tuttavia, con ammiccamento che tradisce, tuttavia, anch’esso un’sospetto razziale’, ad un giudice asiatico….) , le regole vengono brutalizzate e, appunto, tutti i protagonisti vengono processati mediaticamente.

Marcia Clark, la procuratrice dell’accusa, colpita nel suo essere donna e perseguitata dalle TV e dai giornali per una debolezza (l’aver cambiato taglio di capelli, anche qui in funzione di apparire ‘fuori dal processo’) e per un peccato di gioventù (i giornali sparano in prima pagina una sua foto nuda, fattale dal primo marito).

Ma anche, per la strana ‘par condicio’ che spesso il cinismo dei media ama seguire, con la scusa della ‘imparzialità’, Johnnie Cochran viene ‘pugnalato’ in TV dalla ex moglie, istigata dalle televisioni a raccontare, processandolo pubblicamente, l’ex marito.

Persino Lance A. Ito, il giudice che presiede il processo, viene bersagliato e preso di mira dagli spettacoli televisivi, per poi essere colpito anche lui -personalmente, nll’intimo- da una riproduzione tecnica: il nastro in cui il poliziotto razzista che esaminò per primo la scena del crimine (Mark Fuhrman, paradossalmente finito… in TV come ospite frequente di show a sfondo giudiziario), contiene alla fine pesanti epiteti dello stesso testimone contro una collega del dipartimento di Polizia di L.A., moglie del giudice, che però gli aveva tenuta nascosta la circostanza…

I piani ed i processi si sovrappongono, si mischiano a tutto detrimento della ricerca della verità. Tutti -nel tentativo di vincere- sono condizionati, manipolati, condotti ‘altrove’, tutti sono colpevoli e vittime, come O.J., di accuse che si contrappongono.

Alla lettura del verdetto, la serie riporta le vere immagini televisive del pubblico, per le strade e davanti agli schermi, ‘tracurando’ O.J.: scene di giubilo si contrappongono a quelle di rabbia, in un ‘sabba’ globale, quasi in uno scenario post-bellico in cui i ‘vincitori’ urlano in faccia ai ‘vinti’.

E così, come ha riprodotto -in diretta- la vana fuga sul ‘Bronco’ di O.J., facendo la storia degli ascolti televisivi, la gogna mediatica ‘si adegua’, ‘risarcendolo’ e riprendendo con esatta e simmetrica ‘diretta’ il suo viaggio in uscita dal carcere verso casa, verso la libertà.

Giustizia mediatica’, con tale contrappasso, è così pure ‘fatta’…

Ma la serie, nella sua asetticità consapevole e, paradossalmente, ‘solidale’ con ciascuno dei protagonisti, mantiene un piccolo -apparentemente flebile- ‘arco narrativo’: il consumarsi nell’intimo del dramma di Robert Kardashian, l’avvocato amico di O.J..

Uno dei pochi a stargli vicino. Ma ‘standogli vicino’, conoscendo tutto di O.J., incluso il suo rapporto tempestoso con la moglie uccisa, Kardashian è l’unico a rimanere dentro i fatti, dentro il processo, l’unico a vivere la ricostruzione senza tutte le implicazioni estreme ed esterne che gli sono state, più o mno artificialmente, appiccicate.

Lo può perchè è l’unico che ha a cuore la verità sul suo amico, l’unico a vivere il dipanarsi delle certezze e dei dubbi del processo nella sua coscienza (di amico, ma anche di uomo di legge, di avvocato).

Alla fine, con lo sguardo verso Marcia Clark dentro l’aula, Bob Kardashian emette il suo doloroso verdetto di colpevolezza. Ma è l’unico che non può parlare, non può ‘esternare’, non può ‘mediatizzare’ la sua posizione perchè l’amicizia glielo impedisce.

Ed è l’unico che ‘esegue’ la condanna verso O.J.: con un’altro sguardo di cui, solo per un attimo, l’insensibile amico percepisce il significato, Kardashian ‘dice addio’ ad O.J., abbandonandolo per non voler avere a che fare più nulla con lui, con quello che reputa un assassino.

Chissà se sarà stata fatta, almeno in questo modo, ‘giustizia’…

Mi piace pensarlo, non perchè sia colpevolista, ma perchè la giustizia vera sempre implica una coscienza libera, in un mondo che che non ama le coscienze nè la libertà.

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