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Una croce senza un braccio

Terremoto Accumoli

Questa è un’ipotetica lettera scritta ad un ipotetico pastore da un ipotetico fedele ‘cattolico convenzionale’….

Caro Pastore,

vorrei anzitutto ringraziarti poichè, volendoti ‘fare vicino’, sei venuto a visitare la nostra comunità; peccato che, probabilmente, non avrai potuto sentire il nostro vero odore, l’odore delle pecore a te affidate di questo lembo di terra, perchè -per accoglierti degnamente- ci siam vestiti a festa e, appunto, profumati.

E’, sai, per quell’interpretazione -che presto sarà rigettata- del brano in cui la peccatrice ha versato un costoso profumo sui piedi di Gesù (quella per cui ‘i poveri li avrete sempre con voi’, ecc.) e per quell’altro brano di Vangelo in cui ci dici che dallo Sposo bisogna andare vestiti bene, vestiti dell’abito della festa.

Sai, non siamo aggiornati (ecco perchè abbiamo te): un giorno scopriremo che questi passaggi evangelici sono frutto di interpolazioni, divinizzazioni abusive della figura umana di Gesù, operate dalle comunità successive, aggiunte medioevali e chissà di quali altre stronzate che hanno, però, tradito il messaggio originario. Ma, per ora, siamo stati ‘insegnati’ così e, quindi, ci siamo puliti, profumati ed agghindati per accoglierti, pensando tu rappresentassi -in quella sede liturgica-  quel Cristo che non rifiutò certi doni.

Ma non importa: non è questo il punto.

Il punto è quello che hai detto oggi nel tuo discorso a tutti noi.

Forse innervosito dal fatto che alcuni, pensando di farti piacere, abbiamo fatto cantare ai bambini una canzone che tu (forse) non ami cantare -men che meno (forse) durante le tue omelie- e che tu (che appunto, forse notoriamente, non le canti in tali contesti) hai definito un ‘abuso liturgico’; ecco, dicevo, forse innervosito da questo ‘abuso’ ci hai voluto andare giù duro con noi (che ce lo meritiamo, è chiaro!).

Un po’ come fa con voi, in pratica, l’oggi regnante Pastore di voi Pastori: vi rampogna spesso e  tanto. E tu, seguendo l’esempio, giustamente rampogni noi. In una gioiosa e misericordiosa cascata di rampogne.

Ma cosa ci hai detto? Su cosa hai invitato me e le altre pecore profumate a riflettere?

Sulla differenza che c’è fra un ‘cattolico convenzionale’ e un vero cristiano.

Confesso che, sulle prime, non riuscivo a seguirti, non capendo cosa davvero volessi dire per ‘cattolico convenzionale’. A quale ‘convenzione’ ti stavi riferendo?

Al ‘cattolico convenzionale’ ben rappresentato dalla classica vecchietta orante rosari e giaculatorie, ovvero a quell’altra tipologia di ‘cattolico convenzionale’, nato dall’esperienza post-conciliare, le cui ‘convenzioni’ sono impregnate dell’impegno pastorale-psico-pedagogico-socio-politico, fatte di condivisione dei ‘valori’ del mondo con il mondo? Insomma, ‘convenzioni’ impregnate di rosari ‘altri’ snocciolanti non invocazioni, ma peana orizzontali; e di giaculatorie -anch’esse ‘altre’- invocanti i nuovi ‘santi perseguitati’, le star della teologia contemporanea?

Non capivo, insomma, ma sei subito stato chiaro: ce l’avevi con chi prega e basta.

Con i ‘cattolici convenzionali’ che non sono cristiani, hai detto; perchè si può essere cattolici senza essere cristiani, hai detto.

Questi discorsi li ho sentiti di recente, non sono nuovi: trent’anni fa, quando fui preso per i capelli da matricola universitaria e spostato dal mio ateismo nichilista e privo di un senso per il vivere, iniziai ad orecchiarli in qualche sacrestia: ‘inutile pregare se non fai del bene!’, dicevano arrabbiati, pure nelle omelie, altri pastori come te.

‘Purtroppo’, nel frattempo, qualcuno ci faceva pure pregare. E, mentre pregavamo, c’impegnavamo per il prossimo; e mentre c’impegnavamo, pregavamo. E diventava dura capire quando pregavamo e quando c’impegnavamo essendo le due cose ormai fuse.

Eravamo ragazzi: potevamo perdere tempo con questa ‘cosa’ della preghiera.

Ma, buttati nel mondo degli adulti, nel lavoro, nella famiglia, nella società, l’impegno è rimasto e la preghiera ha cominciato a scarseggiare: viviamo, forse, ancora ‘di rendita’ per le preghiere di allora.

Saebbe un bene, però, stando a quanto oggi hai gridato dal pulpito, rivolto perentoriamente ai ‘cattolici convenzionali’.

Ci hai, oggi, plasticamente fatto provare cosa significa ‘pregare e basta’: hai iniziato a recitare l’Ave Maria – a mo’ di consueta (o ‘consuetudinaria’) cantilena- e, visto che nessuno ti seguiva, hai invitato noi pecore a ripeterla con te. Ti hanno risposto sopratutto i bambini, ti hanno seguito, cantilenando ‘convenzionalmente’ anche loro, come in un gioco.

Non potevano capire, piccoli come sono, però, cosa volevi ‘insegnarci’, come volevi ‘educarci’ ad andare ‘oltre le convenzioni’.

Ti dev’essere piaciuto, tant’è che poi lo hai rifatto col Padre Nostro: anche lì tu e gli ‘educandi’ avete ‘cantilenato’ la preghiera che Cristo stesso ci ha insegnato. La preghiera che Cristo stesso ci ha insegnato…

Alla fine, hai invitato il tuo popolo a fare l’ultimo sforzo con la preghiera all’angelo custode, forse perchè fosse ‘più chiaro’ il ridicolo di cui ci copriamo ‘pregando’.

Non prima di aver sospirato sarcasticamente che, forse, gli angeli custodi dei terremotati del Centro Italia erano ‘distratti’ quando i loro ‘protetti’ sono morti. Così come -sarcasticamente- te la sei presa con quelli che pregano l’Onnipotente perchè le scosse si fermino.

Dev’essere stato interpolato, ho pensato, o brutalizzato da divinizzazioni abusive di Gesù o da aggiunte medioevali e chissà da quali altre stronzate, anche il Vangelo della risurrezione di Lazzaro: Gesù non deve aver pregato il Padre per farlo tornare in vita, ma deve essersi rivolto alla protezone civile di Betania e, arrivato, lì, deve essere riuscito a riprenderlo dopo qualche massaggio cardiaco e qualche respirazione.

E’ così che è andata, certo: che mai è questa storia delle preghiere che risuscitano i morti (per di più ‘perchè alcuni sì alcuni no’, e ‘Dio era girato dall’altra parte quando è morto Saul di Cafanao’, ecc.).

Io non ho cantilenato le preghiere, io ho capito subito: te l’ho detto, li avevo sentiti da tempo certi discorsi. I discorsi, come il tuo, che contrappongono alla preghiera l’impegno, quasi fossero l’uno l’opposto dell’altro.Quasi che, come hai insinuato (anzi, come hai detto a chiare lettere), la prima fosse roba da ‘cattolici convenzionali’ e il secondo merito cristallino dei ‘veri cristiani’.

I discorsi che hanno reso la Chiesa cattolica, insomma, questo luogo triste, insopportabile, nel quale i paladini dell’impegno, della carità e della ‘misericordia caso per caso’, si impalcano a giudicare quelli che pregano e credono (senza pensare che è l’unica cosa che possono fare per tenere in piedi dignitosamente il loro quotidiano).

A proposito di terremoto: c’è una foto famosa, te la posto qua sopra, che riprende il ‘Crocifisso di Accumoli’.

Lo vedi il povero Cristo penzolante, precario: sta attaccato solo a due bracci verticali della croce. Quello che prima era il braccio orizzontale, staccatosi da quallo verticale, è cascato verso il suolo ed è diventato verticale, è sparita la sua orizzontalità.

Il braccio verticale sta a rappresentare l’anelito dell’uomo verso il divino, la preghiera, diciamo…

Quello orizzontale l’impegno, l’abbraccio del Cristo che ci tocca ad uno ad uno, tutti.

Lo vedi che fine ha fatto, staccatosi, dal braccio verticale, quello orizzontale? Sta per finire per terra. Ma solo Cristo lo tiene attaccato all’altro.

Non ti dice niente? Non mi sorprenderebbe!

Quanto accade non ci ‘dice’ più niente, a me a te, a tutti quelli che eravamo presenti oggi a sentirti. Da tempo.

Eppure una cosa me l’ha detta e ribadita: che senza la preghiera (il braccio verticale), quel che rimane è un pezzo di legno (orizzontale, certo, ma perchè buttato per terra), che non tutti sono tenuti a vedere, e che ognuno può pestare e scalciare.

Un pezzo di legno, insomma, come tutti gli altri.

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