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Appunti per una (azzardata) teologia del Cavaliere Oscuro #1 ‘Io ho una sola regola’

inettrogation

Una premessa

Come ho gà scritto, il vecchio blog -peraltro, il secondo Labre- è saltato.

Con questo si sono volatilizzati i miei lunghi articoli sulla c.d. ‘Trilogia del Cavaliere Oscuro’, i tre films che Christopher Nolan ha dedicato a Batman.

Due pezzi che avevano avuto un certo successo, sfiorando la pubblicazione in un giornale.

Naturalmente è impossibile riproporli qui per intero.

Ma, oggi, un’idea: perchè non sezionare l’analisi, dedicando qualche riflessione ad un aspetto dei tre film (scena, personaggio, messaggio, ecc.)?

E così mi sono deciso; oggi iniziamo da quella che molti considerano la scena più famosa dei tre films: quella del cosiddetto interrogatorio di Joker, nella cella del commissariato di Gotham, questa…

 

Le ‘tentazioni’ di Gordon

Come scrissi un tempo, Joker è un’entità difficilmente assimilabile all’umano. Certamente -anche per riprendere  una delle teorie di quei post perduti- la caratterizzazione del clown merita un discorso a parte.

L’inizio della scena lo dimostra: l’oscurità della cella quando entra Gordon -funzionale a ‘nascondere’ Batman- è un’allegoria del confronto fra un semplice uomo e questa entità oscura e malvagia.

Gordon, che entra nel buio in cui l’unica cosa visibile non è Joker, ma la sua maschera, è ‘investito’ subito dal sarcasmo del detenuto (‘buonasera, “commissario”!’), per poi essere sprofondato dal suo misterioso interlocutore in un discorso disperante: il poliziotto non può fidarsi di nessuno, nessuno è suo, con lui, perchè due agenti della sua unità hanno rapito Harvey Dent e Rachel Dawes.

Gordon, partito per interrogare, fa la parte dell’interrogato: da una falsa coscienza, che vorrebbe trascinarlo nel vuoto senso di colpa, della inutilità di ogni sua azione contro il male.

Ma Gordon ‘sa’ che non è solo, dentro quella stanza, con il male che lo tormenta.

Lì con lui c’è il suo amico e, con il sorriso, ‘toglie le manette’ al clown: un gesto insensato, ma che assume subito un significato quando egli esce dalla stanza.

Un gioco di ‘luci’

Subito si accendono le luci della cella.

Vediamo Joker abbagliato.

Ma, a Nolan, evidentemente, non basta per rendere l’idea dello ‘stacco’ fra il primo confronto del criminale con il secondo: così gli fa afferrare la testa da Batman, il quale gliela schianta sul tavolo.

Joker, con la battuta che segue, incassa benissimo: e questo è totalmente ‘sospetto’.

Ma, come si vedrà anche in seguito, coplito ripetutamente da un Batman infuriato, Joker non prova il dolore fisico.

I colpi, quindi, segnano uno stacco netto.

La scena, quindi, s’illumina e inizia il confronto fra i due nemici su un piano che è totalmente diverso: Batman sa che Joker vuole vederlo.

E’ uno dei passaggi più misteriosi di tutta la sceneggiatura: ma assume un senso se si ipotizza che, fra i due, il confronto avviene su un piano che non è quello umano, a parlare sono due ‘simboli’, due ‘concetti’, due ‘entità’ opposte l’una all’altra di cui una -Batman- è almeno parzialmente umana (Bruce Wayne).

E, infatti, il tono della discussione s’eleva all’improvviso.

‘Tu completi me’

Joker ancora non ‘afferra bene’ Batman: quindi, inizia con la sua parte umana, proprio come con Gordon: cerca, cioè, di instillare in lui il senso di colpa per le cinque persone uccise dal clown (Joker aveva minacciato di uccidere una persona ogni giorno fin tanto che Batman non avesse rivelato la sua identità).

Ma non funziona: il Cavaliere Oscuro ‘non dialoga’ su questo con la sua controparte. Va al sodo, e chiede dov’è Dent.

Allora Joker cambia subito registro: e insinua la lusinga, l’adulazione ‘tu hai cambiato tutto’, ‘non si torna indietro’.

Ma, neanche qui, Batman abbocca: lui sa della taglia della mafia e che Joker si è offerto di ucciderlo.

Aprendo una parentesi, c’è una parte del film (quella in cui Bruce, tolta la maschera, stanco e distrutto dalla morte di Rachel, si è buttato sulla poltrona  nel suo attico), in cui l’eroe (o, meglio, la sua parte umana) si arrovella sulle insinuazioni del Joker (‘Io dovevo ispirare il bene e guarda cosa ho fatto!’, dice ad Alfred); questo laddove l’uomo con la maschera addosso, il simbolo, è incorruttibile: non a caso, Alfred, per farlo riprendere gli rimette la maschera in mano dicendogli che Gotham dovrà ‘accontentarsi’ di Batman…

Il simbolo è, quindi, incorruttibile, resiste anche a questa tentazione.

Nel frattempo, il trucco con cui è coperta la faccia del pagliaccio si va sciogliendo, Joker perde la sua, di maschera….

Joker, allora, compreso e riconociuto che questo è il vero confronto ‘fra pari’ (almeno così pensa lui. ‘Tu completi me!’), si svela: la sua è una sfida all’umanità che egli odia e considera inferiore, inaffidabile: ‘Queste persone… la loro moralità è uno stupido scherzo!’.

E dice a Batman che lui sarà rigettato e rifiutato proprio per questa inaffidabilità degli uomini: punta, insomma, a scoraggiarlo nella sua missione.

Alla fine, dice di essere ‘in anticipo sul percorso’: un percorso nichilista, in cui nulla conta, tutto il bene è una finzione, una convenzione falsa, che non resiste alle prove dell’esistenza, ragion per cui lui si è disfatto delle regole, degli imperativi morali (dirà che ‘l’unico modo sensato di vivere è senza regole’).

‘Io ho una sola regola’

Batman lo riporta al tema; e anche qui, Nolan, produce uno stacco nettissimo: da seduti i due si alzano (o, meglio, Batman si alza per afferrare dal bavero Joker).

Joker ha capito che non funziona niente e allora si sfoga: ‘tu hai tutte le tue regole e pensi che ti salveranno!’

Batman risponde secco e fulminante: ‘Io ho una sola regola’ (non uccidere, lo sanno coloro che conoscono la mitologia del Cavaliere Oscuro, lo renderà chiaro dopo Joker palesando il dilemma se salvare Dent o Rachel).

Quello che segue dopo è il dilemma morale di cui parlavamo: non riuscire a salvare una vita significa uccidere?

Certo che no, Batman lo sa: ma è Bruce a fare la scelta di chi salvare, e la sua parte umana è ingannata da Joker, che lo spedisce a prendere Dent invece di Rachel.

Ma non è questo a colpire.

Colpisce che basti ‘avere una sola regola’ e che questa riesca a salvarci.

‘Non uccidere’ invero è la regola delle regole: è il rispetto ultimo della vita, la sua intangibilità, il capire che -così come non ci appartiene la vita altrui, che non possiamo disporne- non ci appartiene la nostra; è questo ciò che ‘forma’ un simbolo potente quanto elementare come Batman.

E’ un confine tracciato, un limite invalicabile. Uno solo: ma se lo rispetti, se ne rispetti il senso profondo, cogliendone tutti i significati, ‘non uccidere’ può diventare il canovaccio di una vita retta e pulita, implicando il rispetto dovuto all’altro, la sua dignità insuperabile vista allo specchio.

‘Io non ti ucciderò’

Alla fine del film, appeso sul vuoto e in trappola: Joker dice a Batman che non lo ucciderà perchè ‘è troppo divertente’.

Lo diverte sfidarlo, certo: ma, alla fine, si sottometterà anche lui, a suo modo, alla regola.

Lui non ucciderà mai Batman, perchè non può farlo.

Joker -nella scena finale del povero Ledger- è in trappola, appeso all’unica corda e trattenuto da Batman: pensa di aver vinto, perchè ha ‘abbassato’ Harvey Dent al livello della sua corruzione, di una corruzione in cui nulla ha un senso.

Ma ha perso lui, Joker: perchè pende sull’abisso senza poterci mai cadere, da una corda tenuta con mano salda dal bene.

 

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