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‘Un giorno in Pretura’? Il processo e il fatto mediatico

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Nella stimolante ed utilissima tre giorni che il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Siracusa ha organizzato a Noto, settimane fa, ho subito puntato il seminario sui ‘limiti e l’utilità’ del c.d. ‘processo mediatico’.

Non me ne sono pentito: chiaramente il giudizio di noi tecnici sulla progressiva ‘uscita dalle aule’ del processo (specie penale) si è rivelato ricchissimo di sfumature negative.

Non ne riferirò qui.

Lascio quindi in sospeso il dilemma -professionale e umano- dell’avvocato che si trova a doversi occupare di un dibattimento (già da prima, sin dalle indagini) che viene svolto in più contesti estranei alla sede processuale ufficiale: rimanere in Aula -laddove si forma o si dovrebbe formare ciò che conta davvero ai fini della decisione- ovvero inseguire i mirrors mediatici del caso, presenziando a dibattiti televisivi, ricostruzioni, interviste e rotocalchi che dovessero occuparsene? Dilemma di non poco momento: il magistrato presente al seminario ha -molto onestamente- chiarito che, in quanto uomo del secoolo che viviamo, difficilmente può rimanere del tutto indifferente a quanto si forma -in termini di tesi, opinioni ed interpretazioni- ‘fuori’ dall’aula, pur cercando, per quanto possibile di ‘starci dentro’ con ogni mezzo…

Mi interessava una domanda che, a un certo punto, ha fatto capolino: perchè i media si sono -di fatto- negli ultimi anni ‘impadroniti’ del processo, applicando le loro leggi spietate nella ricostruzione di una verità (anzi, di più ‘verità’) sul fatto delittuoso?

Mi sembra di poter dire qualcosa che stia nei termini dello scopo di questo blog: di fatto, il processo mediatico è fenomeno che fa uscire dai confini, da quella che dovrebbe essere una ‘safe house’, l’aula giudiziaria, ciò che -per motivi di rigore nel metodo e nell’indagine- dovrebbe rimanervi custodito gelosamente.

Eccoci dunque.

Il processo come ‘fatto mediatico’

Nel considerare l’osmosi fra il processo e la sua riproduzione nei media si dimentica -ed a Noto è accaduto- che il processo stesso (civile, penale amministrativo, poco importa) è un ‘fatto mediatico’.

Basti pensare al procedimento penale. esso prende le mosse da quella che, con termine assolutamente illuminante, viene chiamata ‘notizia di reato’…

Quest’ultima è il racconto di un fatto del quale si afferma il disvalore rispetto alla norma penale: e ogni racconto è già un fatto mediatico, una ‘narrazione’ che -peraltro- risulta già caricata di considerazioni sull’ethos, sul disvalore, nel momento in cui nasce e viene portata a conoscenza di chi deve dapprima indagare.

Quest’ultimo acquisisce, a sua volta altre notizie, elabora tesi, raccoglie elementi che rimanda… mediaticamente, con la comunicazione al giudice inquirente il quale, alla fine, tira le somme e formula un capo d’imputazione (ovvero una richiesta di archiviazione) che esprimono un giudizio sulla notizia e sul suo potenziale disvalore rispetto alla norma penale.

Come se non bastasse tutto questo, ai fini della decisione e della ricostruzione della verità su quel fatto, è previsto un passaggio dibattimentale nel quale -anche a colpi di notizie e di altrettante comunicazioni dalla fortissima connotazione mediatica- si scontrano più ricostruzioni (quelle dei testimoni, quelle degli avvocati e della pubblica accusa, quelal dei periti…).

Alla fine, il tutto viene chiuso -ancora una volta- da un dictum, la sentenza, che è anch’essa una narrazione, un ricostruzione, riportata sulla carta: uno dei più antichi medium conosciuti dall’umanità…

Facile -dunque- che il processo mediatico si ‘sovrapponga’ a quello giudiziario, cannibalizzandolo: entrambi ne condividono, per centi versi, l’essenza…

Due ‘seti deviate’: verità e giustizia

Il ‘successo’ del processo mediatico, il suo far breccia nell’audience sta anche in quanto si trova inscritto nell’animo umano: la sete di verità e quella di giustizia.

Inutile negarlo: posto un fatto, conosciutolo più o meno profondamente, l’essere umano si forma un giudizio sullo stesso che parte, anzitutto, dalla volontà di conoscerne la corrispondenza al vero.

Il ‘successo’ sta proprio in questo che, la capacità di avvincere del racconto sta anche, se non sopratutto, nel fatto che lo stesso sollecita in chi ne viene a conoscenza un giudizio morale sullo stesso e su chi lo ha commesso (e, en passant, anche sulla presunta vittima).

Ciò -ovviamente- ci dice qualcosa che già sappiamo, cristianamente, sull’essere umano, sulla sua sete di verità e giustizia.

Tuttavia, c’è il rovescio, la distorsione sulla quale i media sguazzano: nella percezione del racconto dell’evento delittuoso e dei particolari, anche di contorno, il ‘discente mediatico’ è portato ad appassionarsi anche nella misura in cui si fa un po’ avvocato ed un po’ giudice del fatto.

Anche qui con un mischiarsi dei ruoli, oltre che dei piani…

Tale aspetto è drammaticamente esploso con i social networks, nei quali il tot capita, tot sententiae è diventato la regola.

Ma -anche qui- siamo sul piano dell’inevitabile: il processo (specie quello penale) è pubblico e, anche dai vecchi film, è possibile ammettere che una siffatta ‘partecipazione’ di estranei al processo fosse già presente ben prima che nascesse quello che oggi chiamiamo ‘processo mediatico’.

‘Un giorno in Pretura’ e poi subito fuori!

Ovviamente, in quel seminario netino, non poteva mancare l’accenno all’antesignano, al bisnonno di ogni ‘processualità mediatica’ italica: la nota trasmissione di RAI TRE ‘Un giorno in Pretura’.

I Colleghi più giovani ne parlavano bene e li comprendo: in effetti la struttura della trasmissione prevede i filmati presi dall’Aula, riportanti il processo ‘vero’. Da qui l’aura di ‘ufficilialità’, di ‘autorevolezza’ che quel programma ha sempre avuto.

Tuttavia, io non ne sarei così entusiasta: come ogni prodotto televisivo (e, prima ancora, giornalistico) la ‘mediazione’ del mezzo si vede ed è pesante.

Già nel rimaneggiare, stringendo all’osso per i ben comprensibili motivi di tempo, il materiale ripreso durante il dibattimento, assistiamo ad una distorsione: non tutto ciò che avviene nel processo è riportato e c’è sempre lo zampino di chi ha deciso quali parti riportare e quali altre no.

Inoltre, è invalso l’uso di intervallare i pezzi del dibattimento con aggiunta da studio (interviste all’imputato, agli avvocati ecc): e già questa è una commistione dei piani (processuale e mediatico) tutta da valutare.

E, per quanto ‘imparziali’ siano le testate giornalistiche, per quanto ancora -ingenuamente- possiamo credere che esse lo siano, questa ‘verità processuale’ resterà, con questi sistemi, sempre parziale e condizionata.

Non solo. Il fatto che essa appaia la ‘verità formatasi nel processo’ è doppiamente pericoloso per l’utente mediatico. Come detto, egli si forma un giudizio in base a ciò che vede, come è stato ben detto a Noto, e la sentenza finale non lo scalfirà più di tanto.

Se possibile, andrà ancora peggio: il giudizio dell’utente televisivo si estenderà non solo all’imputato ed alla vittima, ma ai rispettivi avvocati, al Pubblico Ministero e, paradosso finale, anche al Decidente.

Cosicchè, alla sbarra dell’Aula-Studio televisiva, a turno, saranno portati un po’ tutti i protagonisti del processo vero; pronti tutti a diventare imputati nel processo di formazione della ‘verità generale’ che i media, senza argine alcuno, vorranno diffondere.

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Suggestioni pessimiste

SP* 1: ‘Non passerà questa generazione’…

sca-kRYH-U11012093647292tyE-1024x576@LaStampa.it* Per una presentazione di questa categoria (SP = Suggestioni pessimiste) leggi qui.

Dal Vangelo secondo Luca 21,29-33

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: “Guardate il fico e tutte le piante; quando già germogliano, guardandoli capite da voi stessi che ormai l’estate è vicina. Così pure, quando voi vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino.

In verità vi dico: non passerà questa generazione finché tutto ciò sia avvenuto. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”.

Per aprire queste mie incursioni in terreno scivoloso, iniziamo con un tratto di percorso fra i più accidentati: quello a cui rimanda il brano di Luca appena riportato.

Le interpretazioni, nei secoli, si sprecano: la più consistente vuole che la fine dei tempi sia preceduta dall’estinguersi sulla Terra della genia (‘generazione’) degli Ebrei.

In accordo ad un altro passo evangelico (quello in cui Gesù stesso allude a qualcuno che, presente ad un suo discorso, non sarebbe morto se non dopo la sua seconda e definitiva venuta – discorso da cui è nato il mito dell’Ebreo Errante), altri collegano i due eventi: quell’oscuro personaggio sarebbe l’ultimo, appunto, della generazione che visse al tempo di Gesù che, pertanto, si estinguerebbe con lui dando il segnale della fine.

Per quel che mi riguarda, suggestione per suggestione, penso sempre a questo brano quando ritornano in auge notizie o discorsi sulla c.d clonazione umana.

La formazione di un clone dall’uomo, fatto inaudito moralmente ed ontologicamente, è di fatto l’alba di una nuova e totalmente altra ‘generazione umana’; laddove per ‘generazione’ dovremmo intendere il ‘modo di generare la vita umana’, non più attraverso la nostra natura sessuata (non a caso, fortemente messa a rischio e contestata proprio di questi tempi e, comunque, sempre più staccata dall’evento riproduttivo-generativo…), ma attraverso un percorso completamente diverso ed eversivo del disegno divino, basato -appunto- sull’unione fra uomo e donna.

Come ogni segno lasciato nella storia, la nuova ‘generazione’ è già stata ‘preannunciata’ da varie tappe: la fecondazione artificiale in primis.

Ma la clonazione è davvero un’eversione radicale, capace di segnare un abbandono non solo pratico ma persino concettuale della precedente.

Anche perchè essa conterrebbe in sè il modo, artificioso fin quanto si vuole, di ‘eternare’ un singolo individuo, anzi quel singolo individuo…

La clonazione forse non segnerebbe la fine o l’estinzione di una generazione, la nostra.

Ma ne rappresenterebbe il superamento, il ‘passaggio’….

Con quel che seguirebbe, stando alle parole di Gesù stesso…

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‘Suggestioni pessimiste’ : una presentazione

Periodicamente, sono assalito da pensieri, collegabili a previsioni contenute nella Scrittura a proposito di come il mondo potrebbe finire.

Prima di cambiare pagina e catalogarmi come un pazzo ed un visionario, vi prego di leggere quanto segue.

So da me che il campo in cui mi avventuro, in questi frangenti, è pesantemente minato, scivoloso, azzardato: ho sempre presente l’ammonimento del Cristo, secondo il quale non spetta a noi conoscere ‘quando accadranno queste cose’ (Matteo, 24, 36).

Di più: ha detto di non saperlo neanche il Figlio in quanto cosa ‘riservata’ al Padre. Il che è tutto dire!

Tuttavia, quello stesso Cristo che così ammoniva e metteva in guardia da avventati vaticini, lasciò ‘indizi’ chiari, tutti riportati dai Vangeli, del sopravvenire delle fine del tempo: a cominciare da quelli contenuti nei versetti che precedono il predetto ammonimento.

Con un intento solo ‘pedagogico’ (aiutarci a stare ‘pronti’ per ogni ora, a cominciare dalla propria)? Può darsi: ma, se ciò è verità fino in fondo, ci deve essere dell’altro e questo ‘altro’ va collocato nella storia umana.

A questa ‘ambiguità’ (peraltro apparente) dei Vangeli si aggiungono altre azioni ‘frenanti’ rispetto a previsioni e azzardi ‘lanci’: la cautela della Chiesa ed il suo opporsi con forza decisa ad ogni millenarismo.

Più personalmente (e affettivamente) un fatto della carriera del mio più forte e seguito ispiratore: Vittorio Messori.

Il quale dedicò un intero libro -per me il più caro dei suoi- al mistero della Morte ‘promettendo’ in quel testo che un altro ne sarebbe seguito proprio in ordine alla morte non più del singolo, ma del tempo, della storia stessi.

Promessa mai mantenuta: troppo scivoloso, appunto, infido, meritevole di attenzioni supreme un campo, come quello apocalittico, così ‘segnato’ dall’ammonimento di Gesù.

Dunque ‘calma e gesso’ sono messi ampiamente nel conto di questa mia decisione.

Che accompagno ad un duplice invito: ciò che pubblico sotto il titolo di ‘Suggestioni pessimiste’ va preso per quello che è; un insieme di suggestioni, appunto, che come tali anzitutto vanno trattate, senza alcuna pretesa di ‘scientificità’.

Il secondo invito: le suggestioni sono definite ‘pessimiste’ perchè richiamano -in vari modi- l’idea di una fine; tuttavia sono io stesso a definirle così: un po’ perchè al cristiano non è concessa una visione catastrofica, perchè la storia è già redenta ed il suo sbocco è la venuta definitiva di Colui che l’ha riscattata; un po’ perchè va lasciato (ed io stesso mi lascio) uno spazio: quello della libertà che genera l’imprevisto e l’imprevedibile e, con essi, apre il cuore umano sempre alla speranza.

Con queste premesse (credetemi, non spiegate solo per accreditarmi come un soggetto sano di mente), vanno lette e giudicate le mie ‘suggestioni pessimiste’.

 

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Finirà il ‘come’ per uccidere il ‘cosa’?

mal e il treno

I’ll tell you a riddle. You’re waiting for a train. A train that will take you far away. You know where you hope this train will take you; but you don’t know for sure. But it doesn’t matter. How can it not matter to you where that train will take you? 

Mi torna in mente, in questi giorni, un ricordo giovanile, forse dell’inizio degli anni ’90.

Nella sede locale del movimento a cui appartenevo, davanti ad una piccola assemblea, si discuteva di catechismo e, per la precisione, della -ormai- incancrenita tendenza dei ragazzi ad abbandonare la Chiesa dopo la cresima.

Anche lì è stato coniato un termine in cui si utilizza il prefisso ‘post’: e, come per il suo più diffuso ‘cugino’ (il post-moderno) il post-cresima pare indicare una certa terra di nessuno, un incomprensibile tratto di un’epoca (lì storica, qui della vita spirituale del battezzato) che non si sa bene come prendere, come inquadrare.

E’ un ‘post’, un ‘dopo’ e basta…

Il ricordo è di una frase -neanche troppo originale- che dissi: ‘bisogna trovare modi nuovi per diffondere la fede, un nuovo linguaggio’. Frase (quando la pronunciai) in voga da almeno da trent’anni; e che lo è ancora, trascorsi che sono quasi altri trenta; così come accade per quell’altra frase che spesso faceva capolino in certe discussioni: ‘bisogna superare, nella catechesi, il nozionismo’.

L’aneddoto ci dice che, per questa cosa ‘fondamentale’ che è la trasmissione della fede, ormai -da quasi sessant’anni- sembriamo immersi in un loop temporale, nel solco di un disco rotto che ripete sempre lo stesso ritornello.

Che ci dibattiamo, anzi ci dimeniamo, dal 1966 in un’interminabile discussione sul ‘come’ trasmettere la fede, sul ‘come’ tramandarla, sul ‘come’ accendere i cuori. Come se ad accenderli dovesse essere il ‘come’ e non il ‘cosa’ trasmettere o tramandare.

E’ come se una notizia avesse più valenza non per il fatto che descrive, ma per il mezzo con cui viene propalata.

Sta di fatto che, da quando ci si è impantanati sul ‘come’, il ‘cosa’ fa pochi progressi in termini di diffusione, di avanzamento.

Sarà forzato, ma trovo questo -paradossalmente- poco evangelico. Forse Gesù, nella profondità e nell’infinità di sfaccettature da dare a questa Sua affermazione, ‘previde’ anche questa nostra ormai pluridecennale empasse, quando proruppe affermando che Egli era non solo la Vita e la Verità, ma anche la Via per arrivare all’una ed all’altra.

Che, insomma, il percorso, la strada, il ‘come’ (appunto) non deve spostarsi troppo dalla meta, dal traguardo, dal ‘cosa’, poichè essi coincidono nella Sua storia, in Lui.

Forese, per dirla con una citazione che abuso, il mezzo è davvero il messaggio, come intuì Marshall McLuhan proprio pensando a Cristo, uno che di broadcasting, di comunicazione, se ne intendeva.

*     *     *     *

Leggo spesso, trascorsi -appunto- quasi trent’anni, che oggi dobbiamo limitarci a ‘intraprendere processi’, solamente ad ‘avviarli’.

A dare, insomma, spinte o spintarelle, stando attenti a non dare spintoni.

Senza preoccuparci però di segnalare (o di pretendere di sapere o programmare) dove andiamo o vogliamo fare andare gli altri.

Il viaggio, il percorso, il ‘come’ -insomma- sono diventati -sessant’anni dopo- il ‘cosa’. Una ‘meta’ che presuppone il non volere prefiggersi alcuna meta…

Mc Luhan -e, forse, Cristo- paiono capovolti: il messaggio da propagare è il mezzo; la vita e la verità consistono solo nella via, ma in una via qualsiasi; anzi in una via senza segnaletiche, che si lascia aperti tutti gli sbocchi…

Sarà così che il ‘come’ finirà per uccidere il ‘cosa’?

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Aneliamo ad una ‘Patria’ che venga a salvarci

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Diciamolo subito: capiamo tutti coloro ai quali Dunkirk non è piaciuto.

Dei film di Nolan è sicuramente il più spiazzante.

Non certo per come è congegnato, con l’idea dei tre tempi -una settimana, un giorno ed un ora- su tre elementi diversi (rispettivamente la terra, il mare ed il cielo).

Non certo per la stringatezza di una sceneggiatura in cui i dialoghi, chiave interpretativa dei film del nostro, sono quasi annientati ed a volta (volutamente?) coperti dai rumori assordanti della guerra.

Non certo per il fatto che, in fondo, si tratta di tre storie che convergono verso un punto preciso ed a cui fa da sfondo la Storia, con la maiuscola.

No. Dunkirk ti spiazza perchè ha la pretesa di volerti infilare dentro questa Storia e queste storie, ed ha avuto la pretesa di chiedertelo esplicitamente con tutta l’onestà possibile: col battage pubblicitario, con la forma di riproduzione consigliata (cinema IMAX e, in alternativa, schermi grandi ed immersivi) e persino da Nolan stesso, ben prima che il film uscisse.

Se la proposta è sempre stata questa -immergersi, ‘partecipare’ ad un evento sensoriale- resta da capire perchè sia stata voluta così, perchè per Nolan c’è sempre un perchè dietro quello che fa.

E il perchè mi è sembrato anch’esso esplicito, onesto fin da quando si è appreso qualcosa sul film: Dunkirk è stata una trappola di massa per qualche centinaia di migliaia di soldati; è stato il ritrovarsi accerchiati, senza vie d’uscita, impotenti contro un destino e dei nemici inesorabili (tanto inesorabili, da avere la certezza tattica di poter colpire, annientare e fare prigionieri come e quando volevano, di poter tergiversare e fare altro, tanto inglesi e francesi -in quella baia- si trovavano alla loro mercè)

E non è forse come la nostra, tale condizione? Non è forse come quella di chi si guarda attorno e, messo davanti ai fatti della sua storia e dell’incedere di quella dei popoli, non vede vie d’uscita?

Non è, la nostra condizione, quella di chi -disperatamente alla ricerca di un luogo dove stare al sicuro- ha capito che non è possibile stare al sicuro da nessuna parte, come i due protagonisti ‘a terra’ che -per una settimana- si spostano dalle case della città, alla battigia, al molo, alla nave-ospedale, al peschereccio arenato e, infine, sull’incrociatore, per rendersi conto che da nessuna parte c’è scampo?

Quella di chi sperimenta che ogni barca, che stia a Dunkirk o vi parta, è destinata ad imbarcare acqua, ad essere crivellata dal tiro a segno crudele eppure casuale dei nemici o ad essere bombardata senza pietà dagli aerei?

Non è la nostra, la condizione di chi -sempre- vorrebbe trovarsi ‘altrove’ e non nel luogo in cui si trova? Di chi è costretto ad una sedentarietà o piattezza, a vivere il tempo in un’attesa nella quale speranza ed angoscia si immischiano, poiché -in ogni istante- può capitare che arrivi aiuto o, anche contestualmente, ti piombi addosso il nemico con le sue bombe ed i suoi proiettili?

Non è questa precarietà, sospesa fra disfatta e speranza, anche la nostra?

Quindi, cosa ci chiede, onestamente di fare Nolan, proponendoci di vivere, per un paio delle nostre ore, i tre tempi e i tre spazi di Dunkirk, se non di riflettere sulla nostra condizione, e non solo perchè -in questo palcoscenico- i personaggi (senza nomi, come gli spettatori di un cinema), danno fondo ad episodi di coraggio, vigliaccheria, paura, sfrontatezza, furbizia e stupidità?

Cosa ci chiede, se non di renderci conto di ciò che siamo e che la guerra, in fondo, serve solo a far uscire fuori con maggiore verità e schiettezza?

Se Dunkirk, per alcuni è ‘noioso’ è perchè la realtà stessa lo è: l’attesa della marea, nella barca, dei soldati che vi si sono infilati dentro è fatta anche di noia, come quella di chi -stremato dal non far nulla- decide con un atto di prometeica stupidità, di lasciare la battigia, spogliarsi dell’equipaggiamento, per tuffarsi in mare -in mezzo alle alghe schiumose e viscide- e tentare di nuotare verso l’altra riva. Decide di farlo non per ‘eroismo’ (‘eroismo’ per chi, per cosa?) ma perchè non ce la fa a limitarsi a ‘sopravvivere’, perchè non ha alcuna speranza, perchè la Patria e la Casa (entrambe rese in inglese con la parola Home), sono solo un’altra ‘sponda’, un luogo in cui c’è solo la possibilità di vivere in maggiore ‘pienezza’ (non è chiaro di cosa), fuori dall’angoscia dell’esistenza.

E già, la Casa o, se vogliamo, la Patria….

Al culmine del molo -quel luogo metafisico in cui è più vicina la possibilità non solo di vedere la riva della Patria, ma da dove sembra più imminente ed accessibile la fuga, da dove è più graffiante il sentimento della speranza- al culmine stanno i Capi, non meno impotenti. Il molo è una inevitabile, ineluttabile ‘trappola’ della speranza: accucciati l’uno sull’altro, lì i soldati sono bersaglio più facile per gli aerei nemici.

Eppure, tutti si affannano a raggiungerlo, perchè è il luogo da cui è possibile vedere la Patria. Da cui è possibile farsi assalire dal dubbio che la Patria non ti aiuterà, perchè troppo preoccupata di difendere sé stessa. Ma il dubbio assale perchè è nutrito da una fiducia basilare su ciò che la Patria rappresenta: solidarietà, comunanza, famiglia, incapacità di abbandono.

La Patria, per alcuni di loro, non è solo un luogo (o un luogo che contiene in sé un tempo diverso ed opposto da quello che contiene Dunkirk: il tempo della salvezza). La Patria è qualcosa di vivo, di non inerte.

E questo per Nolan -e per la Storia- è verissimo.

La Patria si muove, la Casa si sposta con tutto ciò che può, verso i propri figli. Per usare un termine tecnico: si fa extraterritoriale, a colpi di barche e yatchs, e viaggia verso Dunkirk per portare via i suoi soldati.

Credere e sperare è servito: e il racconto storico, riecheggia nel film di una moltiplicazione di numeri a noi credenti più familiare, quando apprendiamo che Curchill contò di prelevarne, da Dunkirk, appena 35.000 di 400.000: alla fine, se ne salvarono più 350.000.

Credere e sperare in una Patria che è capace di spostarsi e di venire fino a Dunkirk -il luogo, che abbiamo appena descritto, della ‘precarietà’- produce miracoli.

E l’arrivo sulle sponde francesi di grandi e piccole imbarcazioni, di improbabili nocchieri in borghese o coperti di impermeabili gialli da pesca, è una delle scene più commoventi del film. E’ l’arrivo di una flotta scalcagnata, informe, smilitarizzata, armata solo di sé stessa e dell’idea -appunto- di essere lì ‘per la Patria’, di essere la Patria.

E su una di queste barche, quella la cui navigazione, in ‘un giorno’, è focalizzata dall’obiettivo di Nolan si consuma la tragedia più inaccettabile di tutte: l’imberbe volontario -dopo una colluttazione col primo dei soldati scappati che non vuole tornare a Dunkirk- cade sotto coperta, sbatte la testa e -dopo l’agonia e la cecità- muore prima di compiere la missione.

La gratuità esige un prezzo terribile, urtante: altro che retorica da film, dove i buoni trionfano (laddove ciò implica che restino vivi).

Il tributo più bello, nella battuta che -da sola- spiega la fiducia nell’umano di Nolan, lo rende a questa gratuità che appare ‘sprecata’ l’amico del ragazzo appena morto: quando, in preda ai sensi di colpa, il soldato chiede di sapere come si sente, il giovane biondo non gli dice la verità, ma lo rincuora “sta bene”.

Non è solo una bugia pietosa: è l’immagine di chi ‘onora’ il sacrificio di un amico, di chi ha ‘compreso’ fino in fondo l’idea di un ‘salvataggio’. E’ quella Patria, in quel ragazzo, che non vuole fare questione di ‘colpe’ o non vuole tenere in conto i ‘costi’.

Il tutto, mentre nel cielo, si combattono battaglie lontane, faticose, ma non meno decisive per la sorte di tutti.

Dei tre aerei -sì, proprio tre- che partono per intercettare il bombardiere nemico ne rimane uno solo, costretto a dare fondo a tutto carburante, prima di compiere l’ultimo salvataggio.

Un altro sacrificio -anch’esso urtante- si consuma: il pilota viene catturato, altra vittima del dovere che, partito per liberare tanti da Dunkirk, ne rimane intrappolato, fatto prigioniero dai nemici.

La Patria, insomma, ha pagato il prezzo dei suoi uomini migliori per salvarne tanti, molti dei quali immeritevoli.

Questi, umiliati, tornano a casa, convinti di essere dileggiati e detestati per il loro fallimento: ma, per loro, ci sono all’arrivo bottiglie di birra che sanno tanto di vitello grasso.

Nella terra del Padre (la Patria) o, se vogliamo, nella sua Casa è questa l’accoglienza, in fondo, per chi è stato ritenuto fino ad allora ‘perduto’.

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I ‘mostri di Rimini’ e l’ “Opzione Pilato”

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La vicenda dei quattro ‘migrati’ che avrebbero stuprato a Rimini una ragazza polacca e, di seguito, un transessuale tiene ancora banco su ogni tipo di medium.

Da essa, come spesso succede, sono partite tesi e controtesi, manco a dirlo, sull’immigrazione di massa alla quale -da qualche anno- stiamo assistendo.

Stavolta, però, è partito un corollario da cui vogliamo prendere spunto per approfondire il tema caro a questo blog: il limite ed il suo senso.

Mi riferisco alle polemiche feroci divampate a seguito della diffusione dei particolari dello stupro, così come riportati nei verbali delle deposizioni delle persone coinvolte.

Con grande scandalo ed indignazione di molti, ai quali non è andata giù questa mancanza di ‘continenza’ in certa stampa.

E’ del tutto evidente che ogni episodio che abbia, come sostrato, l’immigrazione e le sue ricadute sociali, economiche o civili, verrà utilizzato da una parte o dall’altra per suscitare emozioni, se possibile forti.

E’ questo il gioco ed i media, che ci guadagnano attraverso audience, copie o clicks, non si tireranno mai indietro nel praticarlo.

Ben più interessante è l’atteggiamento di noi, utenti mediatizzati e mediatizzanti, piccoli networks delle nostre idee e convinzioni (‘nostre’ o spacciate per tali) che siamo diventati, a nostra volta, ‘protagonisti’ del gioco dell’informazione. ‘Protagonisti’ per modo di dire, visto che -se azzardiamo troppo- i social media ci bloccano o, comunque vada, ci tengono sotto costante monitoraggio, in un fluido sondaggio di opinione senza apparente fine.

Un tema che merita di essere ripreso.

Ora però ci interessa proprio questa polemica sul ‘limite’ della diffusione dei particolari sugli stupri di Rimini.

Non ci interessa, lo diciamo subito, richiamare altri precedenti di propalazione di verbali giudiziari, a cominciare da quelli, anche ‘pruriginosi’, che riguardarono alcuni leaders della politica. Eppure anche in quel caso molti invocarono un ‘limite’ alla pubblicazione, anche se in forza di altri ‘principi’ o ‘valori’.

Voglio solo dire qui che uno dei gravi problemi che questa ‘costumanza’ implica è quello che potremmo definire un progressivo ‘spostamento dell’autorità’ o, se vogliamo, della ‘titolarità del giudizio’.

Chi -specie fra i giudici e, in particolare, fra quelli inquirenti- ha favorito questo stato di cose ha provocato questo spostamento dei processi dalle aule della giustizia a quelle mediatiche.

Ed è abbastanza inquietante che, da cattolici, ci venga in mente come una sorta di -magari voluta, o forse no- ‘Opzione Pilato’: la scelta magari inconsapevole dell’Autorità costituita di deferire alla massa, al dèmos, il giudizio e -prima ancora- il processo.

Inquietante poichè richiama una deriva finale dalla quale è difficilissimo tornare indietro.

Terribile a dirsi, ma profondamente vero: è questa insana tendenza -avallata da molta magistratura e non solo in Italia- a provocare -insieme ad altri fattori- il progressivo scollamento di quello stesso dèmos dalle medesime elites giudicanti.

Questo perchè esse -tenute alle regole processuali e sostanziali- possono giungere a conclusioni ben diverse e quindi non gradite a quelle della massa.

Rimini, in questo, può già fare ‘scuola’: si pensi ai tanti che -di fronte alla prospettiva che sia (come deve essere) la giustizia italiana a giudicare gli stupratori o presunti tali- già ‘tifano’ affinchè venga concessa subito l’estradizione dei quattro alla giustizia polacca che, in modo molto spiccio, si è ‘offerta’ di giudicarli.

Meglio gli ‘incazzati’ polacchi, insomma, dei miti, lenti (o magari ‘ideologizzati’) magistrati italiani: categoria a cui appartegnono gli stessi che hanno consentito alla diffusione dei verbali dove viene raccontato l’orrore dello stupro riminese…

Per non parlare della ‘sommarietà’, dell’approssimazione di un simile ‘giudizio’ popolare e delle tensioni -sempre in seno al dèmos– che esso sta creando fra i colpevolisti e i giustificazionisti, entrambi ad oltranza. Tensioni che certo non aiutano i magistrati a decidere e le autorità a mantenere un ordine che si va sempre più perdendo.

E così, anche un terribile fatto di un’estate italiana, finisce per confermarci quanto sia profondo e grave, ai limiti dell’irreversibilità, il dissolversi di ogni tipo di autorità costituita, sopratutto nel nostro Paese.

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Charlie o, forse, il ‘katechon’

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NOTA

Ho scritto questo pezzo giorni fa, ma qualcosa mi ha impedito di pubblicarlo prima.

Cosa?

Una forma di rispetto ‘estremo’ per la vita umana, per la piccolezza di un esserino indifeso. Il fatto che, sui bambini, non ho mai accettato speculazioni, neanche a sostegno di tesi sacrosante, fossero anche le mie. Rifiuto l’idea di ‘usare’ un bimbo per propalare una idea, anche la più apparentemente nobile.

Ora, Charlie Gard è stato condannato a morire dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, qualche minuto fa: nella foto è raffigurato quello che resterà, dopo, di Charlie, i suoi genitori.

Rileggo queste mie parole qui sotto e rifletto sul fatto che tutto è finito, che siamo davvero finiti, con quel bambino.

Siamo ‘oltre’: il katechon è stato rimosso.

*       *      *     *     * 

La Corte di Strasburgo si è presa qualche giorno in più per decidere sulla sorte del piccolo Charlie Gard.

La vicenda di questo neonato è ‘estrema’: vi si incontrano vita -per di più allo stadio iniziale- e morte.

E’ un vero e proprio ‘crinale’, e non solo per la fragile esistenza di quella creatura, o per i suoi tenaci genitori. No, pare esserlo anche per noi, per la nostra ‘civiltà’ o per quello che ne è rimasto.

Non è solo perchè è da stabilire se la scienza, la medicina o il diritto potranno ancora dirsi in grado di coltivare la speranza. Una idea di ‘oltre’, di potenzialità, di fiducia non certo o non solo in un intervento eccezionale, di un Altro, insomma.

Parlo di fiducia in loro stessi. Fiducia, in pratica, nell’essere umano, nelle sue potenzialità di futuro. Fiducia nell’uomo.

Perchè c’è una scienza e, con essa, una tecnica che promettono grandi orizzonti ma che, al contempo, ne sbarrano inesorabilmente (e abbastanza inspiegabilmente) degli altri. Magari perchè ‘costano troppo’ e non necessariamente del costo del denaro.

La flebile vita di Charlie è uno spartiacque, buttatoci tra i piedi dalla cronaca che -però- ha ben altri ‘percorsi di civiltà’ da percorrere. La sorte di Charlie può dirci molto e, temo, qualcosa di definitivo su quello che siamo diventati, se davvero lo siamo diventati.

Echi erodiani, in questi giorni, mi ritornano in mente: anche lì si trattava della sorte di un neonato, da trovare ad ogni costo, da eliminare. Si trattava, inconsapevolmente, di sbarrare la strada a un Dio che si incarnava, assumendo la nostra sorte per riscattarla.

Qui la strada pare doversi sbarrare davanti al destino di un semplice uomo, che ci rappresenta tutti: non meno innocente, non meno indifeso di quel bambino nato a Betlemme.

Allora si trattava di continuare a vivere nella disperazione.

Qui si tratta di risaltarci dentro, una volta per tutte, consapevoli che la abbracciamo con tutti noi stessi.  Che la vogliamo poichè non c’è più nulla in cui sperare; nulla per cui valga la pena di sperare.

Se sei malato gravemente, se non puoi ‘vivere’ appieno, se la tua vita non è solo presente o potenzialità di presente, non vale a nulla. Questa ‘legge’ (di una giungla in cui conta la capacità di assumere il piacere o produrre) vale per tutti, compreso quel fagottino che respira a malapena.

Raccontano le cronache dell’accanimento con il quale medici e avvocati dell’ospedale di Londra in cui è ricoverato si battono affichè il ‘sostegno vitale’ venga terminato.

Dovrebbe essere tutto asettico, per loro, è per molti versi lo è. Ma è sempre la solita storia: il morente è ‘osceno’; è, a quanto pare, è ancor più urtante se è avvolto in tenere fasce. Il morente suscita reazioni estreme, come la sua condizione. Figurarsi -come detto- un morente appena uscito da una condizione di ‘pre-vita’, da un estremo all’altro.

Charlie è così diventato, suo malgrado, uno steccato, con un aldiquà ed un aldilà.

Lo steccato che divide una civiltà da un’altra.

L’esile forma di un bambino appena nato ‘trattiene’ un’elaborazione plurisecolare del concetto di ‘persona umana’: se Charlie sarà ‘interrotto’, avremmo definitivamente dato vita ad un’idea ben diversa dell’essere umano, ne avremmo scritto una definizione chiara, ma ben distinta da quella che abbiamo sempre creduto e condiviso.

Se sarà ‘tolto di mezzo con ingiusta sentenza’, Charlie sarà lì a rappresentare l’ultimo degli argini caduti.

Tutto sarà ‘lecito’, tutto sarà ‘possibile’; perchè sarà ‘condivisibile’ e ‘ragionevole’, secondo nuovi ‘standards’ di ‘umanità’.

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